Scolpitelo nei cuori. Le riflessioni di Valentina Pisanty

di Centro TraMe

Scolpitelo nei cuoriPubblichiamo la recensione di Scolpitelo nei cuori. La Shoah nella cultura italiana di Robert Gordon firmata dalla semiologa Valentina Pisanty, autrice di Abusi di memoria. Negare, sacralizzare, banalizzare la Shoah. La recensione è apparsa su Alfabeta2. Sul libro di Gordon abbiamo dedicato fa una lunga riflessione in occasione della giornata della memoria.

Valentina Pisanty

Come tutte le memorie, anche quella italiana della Shoah è funzionale alle sensibilità, alle preoccupazioni e agli interessi di chi ne detiene il controllo. E come tutte le memorie, è una preziosa risorsa ideologica, uno strumento da forgiare, da impugnare e da sottrarre agli usi rivali. Non sorprende pertanto che attorno a essa infurino le più accese polemiche, come si evince dalle diatribe che sin dall’immediato dopoguerra accompagnano ogni iniziativa commemorativa della persecuzione nazifascista.

La prima vertenza risale addirittura al 1946, quando nel Cimitero Monumentale di Milano fu eretto un mausoleo ai “caduti nei campi di sterminio nazisti”, senza distinzioni tra i vari tipi di lager o le diverse categorie di deportati, senza accenno alle colpe fasciste, e senza elenco dei nomi delle vittime, con grave disappunto dell’ANPPIA (Associazione perseguitati politici italiani antifascisti) che aveva commissionato il progetto. Altre più recenti dispute includono il dibattito scatenato dall’Intervista sul fascismo di Renzo De Felice (1975), lo scandalo dell’evasione di Herbert Kappler dal carcere di Gaeta (1977), il caso Priebke e la concomitante controversia sulla responsabilità dei partigiani per l’eccidio delle Fosse Ardeatine (1996-8), le polemiche scoppiate all’epoca dell’istituzione della legge sul Giorno della Memoria (2000) circa la presunta necessità di estendere le commemorazioni a “tutte le vittime di guerra”, foibe incluse, sino all’imperscrutabile decisione di situare il museo romano della Shoah (tuttora in fase di gestazione) a villa Torlonia, of all places.

E questo è solo un campione dei casi esaminati da Robert Gordon nel suo ultimo saggio, Scolpitelo nei cuori (Bollati Boringhieri 2013), dedicato alla ricezione, alla comprensione e alla rappresentazione dell’Olocausto in Italia dal dopoguerra a oggi. Incrociando una moltitudine di fonti eterogenee (discorsi istituzionali, accademici, letterari, artistici, cinematografici, giornalistici…) l’autore offre una mappatura enciclopedica – seppure non esaustiva – del campo culturale in cui si accavallano discorsi influenti, interpretazioni storiografiche, riflessioni pedagogiche e ricostruzioni spettacolari che insieme generano il “mormorio diffuso di attività culturali spesso non coordinate tra loro” di cui sono saturi i luoghi della memoria. Certo, alcune voci si levano chiare sopra il brusio: quella di Primo Levi, innanzitutto, che dagli anni sessanta diventa “il principale mediatore della consapevolezza dell’Olocausto” in Italia, e non solo. Ma alla consacrazione di Se questo è un uomo segue la stagione del naziporno e del negazionismo, giusto per citare due abusi particolarmente scabrosi, a dimostrazione che gli interessi in gioco, quando si parla di memoria, sono i più vari e disparati.

Non sorprende che l’elaborazione della Shoah sia stata, e continui a essere, materia di aspra contesa, a maggior ragione se si considera la difficoltà specificamente italiana di distillare una narrazione comune a partire da esperienze radicalmente conflittuali. Piuttosto, colpisce il carattere complessivamente gelatinoso della memoria italiana, tuttora elusiva sul tema delle responsabilità nazionali riguardo al razzismo di stato e al consenso che lo rese possibile. In ciò l’Italia è stata assecondata dal resto del mondo occidentale, complici il piano Marshall e lo stereotipo di un’italianità facilona ma tutto sommato inoffensiva.

Gordon evita di enunciare questa tesi in modo brutale, limitandosi a suggerire che la nostra immaturità culturale sia in buona parte attribuibile alla persistenza del mito del bravo italiano e dei suoi addentellati simbolici: mostrificazione dei cattivi tedeschi, tendenza a universalizzare e a metaforizzare il genocidio, conforto del “mito della Resistenza” (sino alla sua demolizione revisionistica negli anni ottanta e novanta), insistenza sull’eroismo dei Giusti (come se l’onorificenza non implicasse che la maggior parte degli italiani Giusta non fu), identificazione tenace e sistematica con le vittime anziché con i persecutori.

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A Scolpitelo nei cuori, abbiamo dedicato un post in occasione del giorno della memoria

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