Ri-tessere una comunità in frantumi

di Andrea Hajek

ImageSiamo ad un anno dal terremoto che ha sconvolto l’Emilia Romagna. Nella ricorrenza del primo sisma, il 20 maggio, le istituzioni hanno enfatizzato – con i toni retorici e patriottici che spesso caratterizzano situazioni di emergenza e di trauma collettivo – la loro presenza durante l’emergenza e nella fase di ricostruzione, oltre alla grande capacità degli emiliani a risollevarsi dopo la tragedia.

È una ricostruzione che molti, però, descrivono come fantomatica, ostacolata dalla burocrazia e penalizzata dall’austerity dell’ex permier Monti. Per non parlare dei fondi raccolti che non vengono sempre messi a disposizione delle persone. Qualche tempo fa, in un articolo sull’Aquila, ho parlato di un ‘patto di cittadinanza’ che è stato frantumato, visto l’evidente non-volontà e incapacità dello stato di ricostruire la città abruzzese, di ridare agli aquilani la loro quotidianità e la possibilità alle aziende e alle industrie di rinascere.

Nel caso dell’Emilia – una zona produttiva molto importante per l’Italia – questo rischio è senz’altro minore, eppure il ‘patto’ si è frantumato anche là. Lo testimoniano i vari comitati che sono nati nel corso dell’anno,  e che mostrano ancora una volta quanto siano importanti, in Italia, le forme di volontariato che hanno caratterizzato tanti altri disastri naturali degli ultimi 50 anni.

Questo rapporto problematico con lo stato, che John Foot ha descritto in termini di una ‘crisi di legittimazione’, ha dato spazio a delle leggi ‘di base’ o ‘non scritte’ che hanno istituzionalizzato favoritismo, clientelismo e modelli informali di comportamento e di scambio’ (in Fratture d’Italia, 2009, p. 29). Di conseguenza, gli italiani hanno da sempre dovuto arrangiarsi e cercare soluzioni lì dove mancava l’intervento dello stato, nel nostro caso tramite l’auto-aiuto e il volontariato che, come ci spiega David Alexander, è una forza significativa all’interno della protezione civile italiana (‘The Evolution of Civil Protection in Modern Italy’, in Disastro! Disasters in Italy since 1860, 2002, p. 169). Questo conferma l’osservazione di Lina Calandra, nel suo articolo in Sismografie. Ritornare all’Aquila mille giorni dopo il sisma (2012), che un nuovo patto tra politica e cittadinanza, tra politica e territorio, necessità di un nuovo stile di azione pubblica (p. 30, p. 33), come è stato sperimentato all’Aquila e più recentemente anche in Emilia. Necessita di una solidarietà che crea masse critiche, forse l’unico mezzo che può sensibilizzare l’opinione pubblica e in seguito anche le istituzioni.

Oltre ai vari comitati che hanno tentato, tramite incontri pubblici, raccolte firme, banchetti e pagine Facebook, di guadagnarsi appunto una visibilità che i media hanno in gran parte negato, finita l’immediata emergenza, c’è stata anche un’iniziativa solidale di tipo creativo, che ha creato un legame – o piuttosto, un filo – diretto tra L’Aquila e l’Emilia. Nel quarto anniversario del terremoto dell’Aquila, l’associazione abruzzese Animammersa ha portato in Emilia dei pezzi colorati per coprire, letteralmente, gli edifici e i monumenti distrutti o danneggiati dal sisma. L’iniziativa si chiamava ‘Mettiamoci una pezza’, e consisteva dunque nell’appendere tanti pezzi di lana o di cotone, cuciti da persone di tutta Italia, nelle zone rosse prima dell’Aquila e poi, nell’aprile del 2013, di Finale Emilia e Mirandola, le due cittadine emiliane più colpite dal terremoto del 2012. Oltre ad esprimere solidarietà con il popolo emiliano, l’iniziativa fu sostanzialmente un atto di denuncia, di cura, di provocazione:

La città di L’Aquila e la sua lenta ricostruzione tornavano sotto la lente d’ingrandimento della stampa, attraverso l’allestimento di più di seimila pezze sui monumenti del centro storico da salvaguardare o sulle brutture e il grigiore da eliminare .

In modo non dissimile del famoso Aids Memorial Quilt, l’enorme quilt fatto in memoria di tutte le vittime dell’AIDS e formato da decine di migliaia di pezzi, anche questa iniziativa di ‘urban knitting’ tenta di affrontare il trauma del terremoto che si vive soprattutto nella perdita della casa, della città, della comunità. Sia la solidarietà degli aquilani e di tutti quelli che hanno mandato una pezza, sia l’idea di coprire – visibilmente – le ferite della città con i mosaici di pezzi colorati, servono dunque a ‘ri-tessere’, letteralmente e al stesso tempo simbolicamente, il ‘tessuto di base della vita sociale’ che è stato colpito dal sisma.

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foto di Andrea Hajek ©

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