Un anno dopo, resilienze nel post sisma emiliano

di Centro TraMe

ImageRiceviamo e pubblichiamo dopo Lavoro culturale una riflessione di Rita Ciccaglione sul post sisma emiliano, a partire dalla ricerca etnografica che l’antropologa ha compiuto a Mirandola


di Rita Ciccaglione*

1. Il terremoto tra frattura e processo

Nella rappresentazione collettiva il terremoto, o in genere un evento catastrofico, viene avvertito come una frattura epocale che crea un prima e un dopo rispetto all’evento.La percezione di questa rottura della continuità storica è ciò che produce l’evento in quanto tale[1], a partire da un fatto improvviso che spezza gli orizzonti culturali creando la necessità di inventarne dei nuovi. Il senso comune, in quanto atto di “famigliarizzazione”[2], codifica il mondo quotidiano attraverso l’immediata evidenza dei fenomeni manifesti. Attraverso tale meccanismo la frattura, che un sisma crea nello spazio su cui impatta, si traduce nella dimensione temporale tra ciò che prima era riconoscibile e ciò che poi non lo è. In questo senso un evento, anche un terremoto, è un fatto che viene socialmente e culturalmente costruito e riconosciuto come tale.

Dovremmo, allora, nell’analisi di questo fenomeno, riflettere su quelle che sono le componenti socio-culturali di una catastrofe sia nella configurazione culturale locale sia nella produzione del discorso ufficiale. Ciò non vuol dire cedere alla facile dicotomizzazione tra cultura dal basso e cultura dall’alto, ma piuttosto seguire l’interazione delle dinamiche culturali e rendere evidente la molteplicità dei discorsi sociali.

Il 29 maggio il terremoto emiliano ha compiuto un anno. Questa data è ufficialmente riconosciuta come l’anniversario del sisma, perlomeno a Mirandola dove si è svolta la mia ricerca etnografica. Alla scossa del 20 la popolazione aveva, infatti, prontamente reagito. “Gli Emiliani che si tirano su le maniche e vanno avanti” avevano riaperto capannoni e negozi. Il 29 maggio, invece, si è fermato tutto ed è arrivata l’emergenza. A questo giorno è stata dedicata una via, lungo la quale, attualmente, si colloca uno degli insediamenti M.A.P. presenti nel territorio comunale.

Via-29-maggio-300x300Già da questi pochi elementi è osservabile un’istituzionalizzazione dell’evento puntuale, ma è anche possibile notare come la sua cristallizzazione temporale sia, nella pratica dello spazio, direttamente ricondotta al suo effetto presente senza produrre alcuna cesura temporale. Più in generale, a Mirandola il senso comune non ha dato vita a un taglio netto tra un prima e un dopo terremoto, ma l’evento viene percepito nella sua continuità processuale. Si è ancora in pieno terremoto, si vive “durante”.

Sebbene un anno costituisca un lasso di tempo troppo breve per produrre una sedimentazione dell’evento come rottura tra passato e futuro, vorrei cercare di sottolineare, proprio nel tentativo di evidenziare la pluralità e la commistione dei discorsi, alcuni motivi che contribuiscono alla costruzione di una rappresentazione collettiva in cui il terremoto è, invece,  vissuto nella sua continuità presente.

2. L’incorporazione della cultura dell’emergenza

Ciò che viene ritenuto passato è l’emergenza. Da un lato, essa può considerarsi conclusa poiché lo sciame sismico, è andato progressivamente diradandosi; dall’altro l’emergenza è finita perché dalle tendopoli i senzatetto sono passati ai M.A.P., destinazione meno precaria. Il terremoto, invece, è ancora presente in forme corrispettive di queste appena indicate. C’è ancora una fortissima paura che si risveglia nelle persone al primo tremolio, realmente dovuto a movimento sismico o semplicemente provocato da un camion che passa o dal partner che durante la notte si muove nel letto. Inoltre, il terremoto è presente perché la ricostruzione è partita solo in minima parte e la sensazione comune è quella che i cambiamenti siano in atto ora nel presente e rivolti al futuro.

Questo tipo di rappresentazioni si produce tramite l’incorporazione di una specifica forma culturale del terremoto, parte integrante del discorso istituzionale, che vorrei definire “cultura dell’emergenza”. Essa si basa su una definizione tecnocentrica di disastro dove le discipline chiamate a operare ruotano nell’orbita delle scienze fisiche. Ci si trova, dunque, di fronte a un sistema rappresentazionale che regola l’approccio interpretativo globale del fenomeno e orientando le strategie di intervento e gestione, tanto nella fase dell’emergenza quanto in quella della ricostruzione, si incentra sullo schiacciamento della significazione dell’evento sui suoi effetti fisici e sposta la risoluzione dei danni esclusivamente su tale aspetto attraverso un interventismo volto all’efficacia, basato innanzitutto su saperi tecnici e specialistici.

Tale  modalità può essere inscritta nella prassi della shock economy come strategia di un capitalismo di conquista in cui l’emergenza costituisce un momento in cui l’azione e la scelta possono essere contratte in nome della necessità e dell’urgenza, fino a far diventare l’aiuto una forma di controllo.

Sebbene in Emilia l’emergenza non sia stata gestita in maniera tanto accentrata e istituzionalizzante quanto nel precedente caso aquilano, è possibile indicare alcuni elementi evidenti dell’adozione di una strategia gestionale legata a tale declinazione. Ad esempio, l’organizzazione dello spazio collettivo e individuale passa attraverso l’istituzione delle tendopoli e  della zona rossa. Inoltre, l’uso di una certa psicologia dell’emergenza[3], tesa a sottolineare gli effetti ma dimentica delle differenze culturali pur presenti, è parte di un complesso di saperi rispondenti a diffuse retoriche umanitarie fortemente avvallate a livello istituzionale. Ancora le organizzazioni di volontariato e di sostegno logistico presenti in questa fase corrispondono a corpi istituzionali e a soggetti privati ormai inscritti nella mappa mondiale dell’imprenditoria umanitaria[4].

3. La produzione di una cultura del terremoto

Gli aspetti appena elencati si incrociano con una particolare configurazione culturale del territorio in cui non esiste, in pratica, una “cultura del terremoto”. Con tale espressione si intende, generalmente, una sorta di conoscenza popolare memorialmente trasmessa riguardo a comportamenti, rappresentazioni e attribuzioni di significato localmente dati agli eventi sismici[5]. Rispetto a ciò, la popolazione locale registra di per sé una bassissima percezione del rischio dovuta innanzitutto a una mancanza di memoria storica, essendo gli ultimi terremoti lontani cinque secoli. A ciò si aggiungono i detti popolari che prevedevano scarsi danni in seguito a un sisma essendo il suolo composto da sabbie miste.

“Ora questa è zona sismica!”è l’affermazione poi ricorrente. In realtà, la zona colpita si trova nella mappa di pericolosità sismica in zona 3, da ritenere dunque a basso rischio; tuttavia,  tale mappa è costruita in base alla ripetitività di tal tipo di eventi registrata nella storia conosciuta della nostra penisola. In questo caso cultura del terremoto e cultura dell’emergenza vengono a coincidere. La debolissima percezione del rischio riflette la sua mappatura scientifica. Inoltre, l’incorporazione della cultura dell’emergenza, frutto del discorso istituzionale,  nel sistema locale di rappresentazioni  è ulteriormente osservabile in quel repentino aumento della percezione del rischio che è riscontrabile nella popolazione emiliana a un anno dal sisma. Essa si traduce in comportamenti concreti quali la rielaborazione delle mappe mentali che erano abituali nella fruizione dell’abitazione e soprattutto nella maggiore attenzione ai modelli costruttivi da applicare sul territorio. Più in generale, si produce un senso comune orientato dal discorso scientifico grossolanamente acquisito per cui un po’ tutti sono in grado di discorrere del fenomeno utilizzando una certa terminologia, anche impropriamente, o seguendo teorie travisate dal tam tam popolare.

Per gli Emiliani il terremoto, che era stato sempre qualcosa di lontano, diventa un fenomeno da interpretare necessariamente e per questo si produce una griglia di lettura adatta a tale necessità. Dalla cultura dell’emergenza viene ricavata una forma di cultura del terremoto.

 4. La convergenza tra configurazione culturale locale e cultura dell’emergenza

La cultura del terremoto non riguarda, però, solo la percezione del rischio. C’è da riconoscere un’ulteriore componente che, a mio avviso, contribuisce a incrementare il suddetto processo. Per dimostrare tale relazione è possibile, allora, considerare le dimensioni spazio-temporali così come fruite nel comune sentire.

Nel sistema culturale locale la percezione del tempo è essenzialmente rivolta al futuro, tant’è che la reazione immediata al sisma è stata quella della ripresa delle attività. La volontà di non interrompere la produzione si basa su un sistema di valori i cui principi fondanti sono il lavoro e l’operosità. L’impiego delle persone nella forza-lavoro è ciò che permette lo stato di cose riconosciuto a Mirandola (e più in generale nella Bassa emiliana a forte vocazione imprenditoriale) funzionando come garanzia al benessere collettivo percepito come diffuso. La fretta nel ripartire significa, dunque, non rischiare di perdere la garanzia nel futuro. In questo senso la percezione del tempo è orientata a cancellare la frattura con il passato in nome di un ricominciamento, ovvero di una prospettiva per il futuro.

La risposta culturale elaborata a un anno dalla catastrofe si colloca in questa linea di rappresentazione, propria delle società complesse a economia capitalista. Secondo alcuni autori[6] le temporalità scaturite da questo sistema culturale sarebbero prodotte da un’esperienza individuale del tempo data da orari istituzionalizzati e organizzati propri della modernità. La temporalità del processo lavorativo, annientando il tempo della trasformazione del prodotto a favore della fruizione sincronica della merce, comporterebbe l’opacizzazione della componente diacronica del tempo. In questo modo il passato sarebbe facilmente dimenticato favorendo l’immediata ripresa della prospettiva futura. Ciò che viene avvertito come imprescindibile è una continuità del tempo rispetto una reale trasformazione dello spazio.

Infatti, sebbene il processo di esternalizzazione dello spazio urbano non sia stato a Mirandola immediato e improvviso, si è concretamente di fronte a un’attuale trasformazione dei punti di riferimento all’interno della città. La zona rossa è stata nel corso dell’anno progressivamente e abbastanza rapidamente riaperta; alcune attività commerciali sono ritornate in centro, qualcuno è anche ritornato a viverci. La piazza cittadina è periodicamente protagonista di una serie di iniziative, fortemente volute dall’amministrazione comunale come atto di riappropriazione simbolica di tale spazio. Nonostante ciò il centro storico appare ai più vuoto e privo di vita. Inoltre, è possibile osservare la nuova vitalità di una zona  prima considerata periferica. In quest’area, infatti, a un unico centro commerciale preesistente vanno sommandosi tutta una serie di attività variamente strutturate e organizzate che si trovavano in centro e sono ora delocalizzate. Allo stesso modo agisce la concentrazione dei M.A.P. in aree al limite dello spazio urbano. Questi moduli abitativi sono stati localizzati in zone già edificabili, destinate a una futura espansione dello spazio urbano, che però non erano, prima del terremoto, appetibili al mercato immobiliare.

Pur tuttavia, la popolazione sembra non percepire tali cambiamenti in atto come una frattura rispetto al passato, ma piuttosto in una continuità temporale rimarcata da una tensione verso il futuro. Tutto è, insomma, vissuto nel presente e non c’è la percezione che un dopo si sia realizzato.

Nella stessa modalità percettiva e rappresentazionale, il tema della ricostruzione degli edifici storici si sviluppa in un rapporto con il passato che prevede l’inserimento di tali luoghi nel campo semantico del turismo e dell’uso culturale. Ciò che è storico deve essere come tale riconosciuto e categorizzato. La stessa progettazione in atto rispetto al centro cittadino si colloca in una prospettiva di rielaborazione funzionale dello spazio rispondendo a criteri di obsolescenza per cui alcuni edifici sono da ritenersi incongrui rispetto ai bisogni presenti-futuri.

5. Continuità e resilienza

La coerenza interna alla configurazione culturale locale, sebbene metta a repentaglio una sostenibilità culturale intesa nella sua relazione con il passato, garantisce in realtà una forma di resilienza per la popolazione colpita. La continuità verso il futuro, temporalmente percepita, riesce a superare nella rappresentazione la frattura data dall’evento. Proprio grazie a un sistema culturale che non si scontra frontalmente, ma piuttosto accoglie l’impianto rappresentazionale attraverso cui è stata disposta la gestione dell’emergenza e del suo post, la popolazione riesce a strutturare le proprie griglie di lettura del mondo in termini di continuità e a ripartire di fronte a un evento potenzialmente traumatico.

A questo punto, però, vorrei tentare di far luce su un aspetto non certamente secondario. In Emilia, lo si è già detto,  la pratica della cultura dell’emergenza è stata più morbida e meno accentratrice demandando la funzione di controllo sociale alle autorità locali e, in questo modo, garantendo una maggiore autonomia decisionale. A ben guardare, però, tale autonomia non è data tanto dal modello di gestione, ma da quelle che sono le condizioni socio-economiche di partenza dei soggetti.

La sicurezza economica di cui si gode all’interno del nucleo familiare costituisce un elemento garante contro la precarietà esistenziale data dal sisma. Il fenomeno dei campi spontanei, corrispondenti a concentrazioni di tende nei giardini e parchetti cittadini, aveva avuto proprio questa condizione favorevole tra le motivazioni generanti. Nelle tendopoli erano andati a concentrarsi, invece, gli immigrati extracomunitari o provenienti dal Meridione d’Italia. Tali soggetti, non godendo di  una rete di relazioni forte a cui riferirsi né di un supporto economico di base, sono stati in questo caso impossibilitati di fronte a una scelta alternativa.

Quasi come in uno specchio la forte stratificazione socio-culturale esistente in questo contesto territoriale si ripercuote sulle capacità di elaborare risposte resilienti nella situazione attuale come nella fase di prima emergenza. Chi, a Mirandola, è stato in grado di riaprire la propria attività commerciale e chi è partito con i lavori di ristrutturazione o ricostruzione della propria abitazione lo ha fatto attingendo alle proprie risorse economiche personali. I contributi statali sono per ora bloccati da una burocrazia fitta e farraginosa che urta con l’ansia di riprendere in mano la propria vita. Chi era, invece, in una condizione di precarietà lavorativa lo è ancora di più oggi. Coloro che vivono attualmente nei M.A.P. sono quelli che hanno subito l’intero iter di provvisorietà abitativa istituzionalizzata, passando dalle tende agli alberghi e poi ai moduli stessi. In queste persone è possibile osservare un processo di passivizzazione per cui  le condizioni di partenza vengono istituzionalmente orientate in un sistema che non permette la possibilità di scelta, ma solo l’accettazione dello status quo non potendosi personalmente permettere una diversa soluzione.

È possibile, anche in questi casi, osservare la coerenza di un sistema culturale che garantisce continuità. Ciò che continua, però, è la precarietà esistenziale. Il futuro, connotandosi  per un’accelerazione dei processi già presenti nella struttura sociale, rispecchia una configurazione culturale che permette resilienza, ma una resilienza a doppia velocità.


*****

*Rita Ciccaglione si è laureata in discipline etno-antropologiche. Si occupa di antropologia dei disastri e del territorio, di antropologia urbana oltre che di antropologia della memoria e del patrimonio.


[1] A. Bensa e E. Fassin , Les sciences sociales face a l’événement, in Terrain N° 38, Marzo 2002

[2] A. Ciccozzi, 2013, Parola di scienza, DeriveApprodi Editori

[3] Da un mio articolo “Psicologia dell’emergenza e risposte culturali a Mirandola” TraMe. Centro di studi interdisciplinare su memoria e traumi culturali: https://centrotrame.wordpress.com/2012/07/16/psicologia-dellemergenza-e-risposte-culturali-a-mirandola/

[4] N. Perugini, “Tra Mirandola e Baghdad: sismi, guerre e la tela di Penelope dell’umanitarismo. Sismografie, Il Lavoro culturale:http://www.lavoroculturale.org/sismografie-13-tra-mirandola-e-baghdad-sismi-guerre-e-la-tela-di-penelope-dellumanitarismo-parte-prima/

[5] A. Ciccozzi, 2013, Parola di scienza, DeriveApprodi Editori

[6] Per approfondimenti: M. Augè, 2000, Le forme dell’oblio, Milano, Il Saggiatore; P. Connerton, 2010, Come la modernità dimentica, Torino, Einaudi

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