La strage di via D’Amelio: Palermo ricorda Borsellino

di Laura Guttilla

Il 19 luglio è stato, per i palermitani, il giorno della memoria, anche se la città gode di un infelice primato: anche il 23 maggio è il giorno della memoria e in entrambe le date, tristemente note al mondo intero,  si celebra il ricordo di due giudici – Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – uccisi dalla mafia.  La loro memoria è doppia: erano amici, vicini negli ideali e nell’ impegno così come nella morte, che li aspettava entrambi armata di tritolo. Eppure oggi non c’è una via che li commemora insieme: non esiste il viale Falcone Borsellino, che mi piacerebbe immaginare posto al centro città, perché nessuno debba dimenticare l’importanza di quei due nomi.

La toponomastica, medium per eccellenza della memoria nel tessuto urbano, non si è ancora presa in carico l’annosa questione di come ricordare le stragi di mafia: una via intitolata a Falcone non esiste mentre a Paolo Borsellino è dedicato uno spazio di città in periferia. Qualche anno fa, l’allora presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana fece un’enorme gaffe proponendo di togliere ai due giudici l’intitolazione dell’aeroporto cittadino: piovvero critiche a bizzeffe su un’infelice uscita politica, segno che la memoria attorno ai due giudici è ancora profondamente contesa. Eppure i due giudici sono diventati il binomio della legalità grazie a quella foto – posta di seguito  – che li ritrae insieme, sorridenti, mentre Falcone con un gesto di confidenza sussurra qualche parola a Borsellino. Il manifesto iconografico dell’antimafia è diventata quell’ immagine che popola oggi manifestazioni, scuole, caserme, stanze d’ufficio e rifugi domestici.

La loro morte, più che il loro lavoro, sconvolse le vite dei palermitani ormai 21 anni fa: si può parlare di trauma per le stragi di mafia del 1992? Se con esso intendiamo non solo uno scenario di distruzione e morte – immaginiamo un’autobomba che esplode una domenica di luglio in un deserto quartiere residenziale di Palermo, con i corpi delle guardie di scorta che, squarciati, sporcano i muri dei palazzi d’edilizia anni ’60 – ma più precisamente una crisi simbolica che sconvolge l’ordine sociale e culturale della semiosfera e investe le rappresentazioni del trauma stesso, le stragi del 92 rientrano perfettamente in questo quadro. La morte di Falcone e Borsellino ha messo in discussione il metodo mafioso che, prima di ogni cosa, si poggiava sul consenso cittadino. I meno esperti diranno: ma i giudici non sono i primi ad essere stati uccisi da Cosa nostra. Verissimo: le loro morti sono però state le più cruente e hanno profondamente toccato la città, anche sul piano urbanistico: l’autostrada A29 è stata praticamente ribaltata, via d’Amelio sembrava – nelle foto e nei video d’archivio è possibile ancora vederla così– Bagdad, infuocata e sporca di sangue come in guerra, come suggerì efficacemente un cronista dell’epoca.

Il fenomeno mafioso che, solo in un preciso punto storico, si inizia a configurare come organizzazione criminale, con la strategia stragista fa saltare il codice simbolico, il regime semiotico su cui aveva basato anni di militanza. La mafia non solo uccideva chi le metteva i bastoni tra le ruote ma devastava la propria città: e questo, in una logica basata sul controllo del territorio, non è ammissibile. La mafia, che portava posti di lavoro e sviluppo – seppur con qualche ammazzatina – improvvisamente distruggeva con le autobombe ciò che aveva contribuito a costruire. Da qui la ribellione civica, dai più conosciuta come primavera palermitana.

Eppure, 21 anni dopo quelle bombe, le vetrine dei negozi di souvenir espongono piccole statuette con scritto “ ’U mafiusu” (il mafioso,  scritto in dialetto locale), invogliando il turista a portare a casa qualcosa di tradizionale come ricordo di un viaggio in una terra esotica. È questa l’altra faccia con cui Palermo si rappresenta e si autorappresenta: non solo i volti di Falcone e Borsellino ma i baffi e la coppola di uno sconosciuto delinquente. La giustizia, nel frattempo, fa il suo corso con sentenze di assoluzione e riaperture di indagini sulla Trattativa Stato-Mafia, fiaccolate a tema e movimenti cittadini di resistenza. La memoria traumatica è, ancora una volta, appesa a queste mille sfaccettature.

3 commenti to “La strage di via D’Amelio: Palermo ricorda Borsellino”

  1. Cara Laura, bel commento, ma forse un po’ ottimista. Secondo un’altra lettura, le due stragi hanno hanno snellito il negoziato con lo Stato, avviando l’epoca della mafia politico-imprenditoriale – sono quindi l’avvio e sugellano il successo del nuovo regime comunicativo di Cosa nostra, che può permettersi di non uccidere perché si è già mostrata capace di farlo, in pieno giorno, a casa propria, contro la magistratura e lo Stato.

    In riferimento alla memoria del trauma, i siciliani mi sembrano sanissimi (in prospettiva psicanalitica), visto che le tracce del trauma sono ai miei occhi tutte apparenti, giocate, manifeste, e proprio per questo ben poco sentite nell’intimità e neanche minimamente “tabù” (un po’ come le copie pirata di Gomorra vendute a Napoli). Il consenso cittadino a Palermo è ancora solido. Ma forse sono un po’ pessimista.

    • Caro Dario, condivido perfettamente il tuo commento che aggiunge preziosi elementi in parte volutamente tralasciati in questo post. So che abbiamo le stesse origini palermitane e quindi parli con contezza dei fatti, non come chi – straniero – si affretta a dare giudizi imprecisi su una realtà che richiede conoscenze approfondite del contesto territoriale.
      C’è chi ha fatto dell’antimafia – altra sfaccettatura di quella memoria traumatica sopra citata – una bandiera politica pur mantenendo i legami con quella mafia “bianca” e “grigia” da te citata. Eppure secondo me nelle generazioni adolescenti nell’anno 1992 e seguenti la strage ha lasciato un segno evidente. Se ci fai caso il movimento di Addiopizzo nasce proprio da quei bambini e ragazzi che sono diventati uomini adulti negli anni 2010.
      Questa forte capacità di mimetizzarsi del fenomeno mafioso che dopo il 1992 ha assunto nuove forme (benché negli arresti eccellenti venga poi sempre rappresentata a livello attoriale dal contadino/pecoraro/ignorante, come nel caso di Bernardo Provenzano) gode ancora di una fortissima legittimazione sociale, è vero. Ma questo rende ancora più interessante il quadro delineato. La mafia è un fenomeno altamente complesso e penso che noi semiotici dovremmo iniziare ad occuparcene partendo, perché no, dalla memoria di Falcone e Borsellino.

  2. Cara Laura, grazie del bel post su questi aspetti di memoria contesa, che ho incrociato solo ora, e soprattutto su quelle due grandi icone che sono forse troppo grandi nell’immaginario collettivo perché su esse ci sia mai un qualche accordo non soltanto superficiale – che del resto nessuno in fondo auspica, immagino.
    Per quanto riguarda quello che scrivi nel commento successivo, poi, è per me molto interessante quello che dici sul livello attoriale che sancisce la visibilità del fenemeno mafioso, ma anche le tue considerazioni accennate sulla qualifica di “straniero”. In qualche modo, infatti, anche a partire da uno sguardo che di certo non è semiologico, mi chiedo spesso, invece, se e in che misura la logica mafiosa sia un (dis)valore universale, e faccio senz’altro molta fatica a rispondere.
    In un certo senso, forse curiosamente, mi capita spesso il tentare di argomentare, almeno dal mio punto di vista, a partire dalla mia esperienza e dal mio spirito da avvocato del diavolo, la relativa universalità del sistema di (dis)valori che le organizzazioni criminali rappresentano, piuttosto che cercare di smontare stereotipi della cui efficacia sono in parte io stesso vittima senza dubbio.
    Mi chiedo, forse con una certa ingenuità: quali sono le fonti di legittimazione sociale del potere mafioso? La sua natura imprenditoriale, la sua natura religiosa e culturale, la sua natura politica? Ma forse questa sarebbe materia per un libro.
    Io penso che proprio le specificità delle organizzazioni nei singoli territori ma anche le loro sostanziali similitudini dimostrano che vi è un forte elemento religioso e culturale, un rapporto di appartenenza forte con la vita, la morte e la terra senza il quale si rischia di vedere solo il volto esterno di certi fenomeni. Tutto questo, forse, non per giustificare complicità, sulle quali per altro è molto difficile giudicare al netto di singoli atti e comportamenti, quanto per comprendere a quale livello certe questioni siano oggetto di autentica lotta politica e a quale livello esse finiscono per essere una semplice, seppure utile e pure benefica, polemica.
    Mi chiedo quindi anche chi è davvero lo straniero? Identificare lo straniero è in qualche modo sempre fondamentale ma è anche una tentazione, almeno per me, spesso troppo facile, come uomo del sud relativamente appassionato della sua terra.
    Qualche mese fa, dal mio ex-coinquilino cinese, ho sentito parole sul regime cinese di una fierezza e di un’organizzazione mentale che mi hanno impressionato e mi hanno indotto a rivedere moltissimi dei miei giudizi affrettati. Mi sono sentito, allora come molte altre volte, straniero nel senso di incapace di argomentare: più che straniero, barbaro.
    Penso – credo con te – che ignorare la complessità sia spesso un modo inaccettabile che molti adottano per toglierci la parola.

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