La reinvenzione culturale dello spazio urbano in Estonia

di Federico Bellentani
Tallin

Tallinn, Estonia

Dall’indipendenza del 1991, l’Estonia ha operato una serie di interventi istituzionali per avviare il processo di transizione dalla dominazione sovietica verso la costruzione della nuova nazione estone. In questo contesto, le politiche di transizione non sono state impegnate solo nella sostituzione delle istituzioni del regime precedente, ma hanno anche decretato molteplici provvedimenti legati alla riscrittura dell’identità e della memoria collettiva estone.

Data la sua recente formazione, gli effetti delle pratiche di reinvenzione culturale in Estonia sono ancora visibili e in alcuni casi ancora in atto, motivo per cui risulta essere un caso di studio interessante da un punto di vista della semiotica dei processi culturali.

Tuttavia, proporre un’analisi semiotica delle politiche attuate durante la transizione sarebbe un lavoro troppo pretenzioso che coinvolgerebbe una serie sterminata di testi e pratiche differenti. Pertanto, la mia ricerca ha ristretto il campo sulle pratiche di reinvenzione (e rimozione) dei simboli della dominazione sovietica limitatamente allo spazio urbano, considerato come uno dei principali luoghi di manifestazione delle politiche di transizione e uno strumento di formazione e mantenimento dell’egemonia.

 La mia ricerca ha così riguardato le città di Tallinn e di Tartu.

La scelta non è stata casuale: da un lato, Tallinn è la capitale dell’Estonia, prima città per numero di abitanti e la meta più visitata dai turisti stranieri. Qui risiedono le principali istituzioni politiche del paese, tra cui il Riigikogu, il parlamento estone. Tallinn è quindi la faccia con cui l’Estonia si presenta all’esterno e molti dei recenti interventi sul suo territorio sono stati pensati per soddisfare le aspettative dei visitatori.

Dall’altro lato, Tartu è la seconda città dell’Estonia per numero di abitanti e la sede della più antica e prestigiosa università del paese. Tartu ha anche un’importanza strettamente legata alla semiotica: fu qui infatti che Lotman fondò la scuola semiotica di Tartu-Mosca e, nel 1973, firmò la Tesi per un’analisi semiotica delle culture, insieme a un gruppo di scienziati e studiosi che proprio a Tartu trovarono la possibilità di condurre le loro ricerche.

Durante i processi di reinvenzione culturale, lo spazio urbano di entrambe è stato il territorio di confronto fra il progetto istituzionale, che andava prevalentemente verso una risemantizzazione in senso nazionalista, e le pratiche di abitazione e utilizzo da parte dei cittadini, che hanno diversamente risposto a questi progetti.

Tuttavia, la situazione estone è ancora più complicata, in quanto qui abita una “minoranza” di etnia russa che non si riconosce nelle riletture ideologiche e strategiche dell’attuale gruppo dominante di lingua e cultura estone.

Si capisce allora come, soprattutto nella capitale Tallinn dove questa “minoranza” raggiunge circa il 40 % della popolazione, gli interventi sui simboli della dominazione sovietica abbiano avuto un’arbitrarietà molto limitata da parte delle istituzioni e abbiano causato reazioni passionali anche molto diverse fra loro a seconda delle caratteristiche idiosincratiche dei soggetti appartenenti alle due etnie.

Soldato di BronzoSi prenda per esempio la vicenda del Soldato di Bronzo di Tallinn (nella figura qui a fianco), un memoriale eretto il 22 settembre 1947 per onorare il terzo anniversaio del ritorno dell’Armata Rossa. Esso fu posto sulla collina di Tõnismägi, dove rimase per molti anni, diventando il memoriale di guerra più rappresentativo della città. Nonostante il chiaro riferimento all’estetica sovietica, il monumento riuscì a scampare alle rimozioni seguite alla caduta del regime e rimase nella sua posizione originaria fino a che il governo estone decise di rimuoverlo nel 2007.

Dopo una serie di interventi volti alla riduzione della sua visibilità, il memoriale fu ricollocato a tre chilometri dal centro, in un’area decisamente più periferica e difficilmente raggiungibile. Questa ricollocazione causò due notti di scontri e violenze portate avanti da alcuni cittadini russi, che fecero cambiare idea a chi aveva sperato nell’integrazione pacifica tra popolazione estone e russa (la “luna di miele dell’integrazione”, come la chiama il linguista estone Martin Ehala in un suo articolo del 2009, “The Bronze Soldier: Identity Threat and Maintenance in Estonia”, Journal of Baltic Studies, 40:1, 139-158).

Questa vicenda non è stata solo lo scontro più violento dell’Estonia post-indipendenza, ma dimostra anche come le pratiche di trasformazione di luoghi sensibilmente legati all’identità e alla memoria di una minoranza etnica possano portare a conseguenze drammatiche e disordini di tipo sociale.

Partendo da questa particolare situazione sociale, attraverso una serie di ricerche sul campo, sono nate le ipotesi di analisi che hanno individuato due strategie di reinvenzione urbana, diverse e in parte opposte, adottate dalle città di Tallinn e Tartu.

Da un lato, infatti, Tallinn è più proiettata verso la marginalizzazione dei simboli sovietici, resa possibile attraverso molteplici interventi sul tessuto urbano volti alla riduzione della visibilità e al posizionamento in zone periferiche o lontane dai tradizionali percorsi di attraversamento della città. A questa marginalizzazione, si è affiancato un progetto di creazione ex novo di simboli dell’identità estone, come è avvenuto per la recente configurazione della centrale Piazza della Libertà (per approfondire l’argomento, si veda Tamm, 2013, disponibile al link http://mc.manuscriptcentral.com/cnap).

Inoltre, all’interno della Città Vecchia, è continuo il riferimento a un set veramente limitato di temi e figure di estetica medioevale, volto alla creazione della tipica esperienza turistica della cittadella fatta di torri e bastioni. L’ipotesi è che questo immaginario sia stato costruito in maniera strategica per cancellare quello sovietico precedente.

Contrariamente a molte altre città dell’ex Unione Sovietica, Tallinn decide infatti di nascondere dal suo centro il trauma della dominazione sovietica anche rifacendosi a immaginari, significati e valori più europei e occidentali.

Nel contesto di Tallinn, questi interventi hanno generato un ulteriore problema: la marginalizzazione dei simboli sovietici, infatti, ha progressivamente causato anche una narcotizzazione dei valori riferiti alla più estesa sfera della cultura russa. Da qui si sono originate numerose differenze sociali e culturali ancora oggi persistenti, che hanno designato i soggetti estoni facenti parte del gruppo dominante, in grado di decidere cosa potesse entrare nella propria cultura o cosa dovesse essere messo ai margini.

Dall’altro lato, Tartu tiene insieme tradizioni culturali molto diverse fra loro, conservando i simboli di diverse istituzioni politiche e culturali. Se Tallinn narcotizza parte della sua storia, proponendo un centro ideologicamente ripulito nel senso del nazionalismo estone, Tartu fa del suo spazio urbano un testo pluristratificato, composto da simboli che costringono a saltare tra epoche e tradizioni anche molto diverse fra loro, come un organismo che permette al normale sviluppo storico di manifestarsi sulla materia urbana in tutta la sua capricciosità.

Tartu, infine, decide di non prendere parte nel dibattito politico estone e nelle problematiche legate alla convivenza con la “minoranza” russa, rifacendosi a valori più universali ed esistenziali, come testimonia il suo monumento simbolo posizionato proprio davanti alla facciata del comune nella piazza principale: una fontana che rappresenta due studenti intenti a baciarsi.

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