Memorie in movimento: quali monumenti per le vittime dello stato?

di Andrea Hajek

carlo giuliani targaCon la recente sentenza della Suprema Corte sulle violenze subite nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001, si chiude un altro capitolo buio della storia italiana. La mancanza di un processo al carabiniere che sparò a Carlo Giuliani e la prescrizione del reato per gran parte degli imputati per i fatti di Bolzaneto ha, ancora una volta, contribuito alla formazione di un trauma collettivo che si è cercato, nel corso degli anni, di elaborare in modi diversi. Da un lato le produzioni culturali, specie i documentari e i film d’inchiesta, i libri e i graphic novel; dall’altro le attività memorialistiche, come gli anniversari e i monumenti. In questo articolo parlerò di alcuni monumenti creati per le vittime di violenza di stato in Italia, della loro funzione e funzionalità e del conflitto che possono generare nella società.

Nel caso di Giuliani, come per tanti altri militanti uccisi dalle forze dell’ordine dagli anni settanta fino a oggi, l’idea tradizionale della commemorazione non è mai stata accettata in pieno. Qui la memoria è da un lato militante, perché serve come denuncia ricorrente di un’ingiustizia, e dall’altro strumento da applicare nelle lotte in corso, ovvero come esempio da cui trarre lezioni valide per il presente. Questo emerge, per esempio da ciò che mi dice un protagonista del movimento studentesco del ’77, a proposito degli anniversari della morte – a Bologna – di Francesco Lorusso per mano della polizia, l’11 marzo 1977:  c’era una specie di pudore, ‘nel senso che nessuno ha mai voluto costruire la “commemorazione”, perché non ci appartiene, non è il “commemorare”, è tener viva, come dire, una memoria, essere presenti, ma la commemorazione non ci piace’ (citato in A. Hajek, Negotiating memories of protest in Western Europe. The case of Italy, 2013, p. 127). Più che ricordare si partecipava a cortei commemorativi o manifestazioni di protesta in ricorrenza della morte della vittima in questione.

In modo simile, i gruppi di sinistra svilupparono un modo diverso anche di concepire il monumento. Quest’ultimo non era più visto come un oggetto rigido da porre su un piedistallo, ma come il ‘luogo di un evento da scoprire, rivivendo insieme la storia che ha segnato l’evento’ (P. Dogliani, E. Guerra and N. Lorenzini, ‘Il monumento come documento’ in I quaderni di Resistenza oggi III – 1945. La libertà riconquistata, 2004, p. 87). Tuttavia, la forma ‘materiale’ del monumento non cambiò necessariamente. Come scrive Francesco Poli in un saggio sul monumento a Roberto Franceschi, militante ucciso a Milano nel 1973, riferendosi ai monumenti dell’800 e dell’900 in particolare, questi ‘hanno acquisito nel tempo una loro legittimità di esistenza, in quanto presenze storiche del paesaggio della città: segnali tranquillizzanti, nella loro dignitosa e silenziosa immobilità della continuità col passato per l’identità dei cittadini’. Forse per questo tanti monumenti eretti negli anni settanta per militanti come Franceschi e Lorusso ebbero comunque una forma più o meno tradizionale: per essere funzionali devono essere ‘riconoscibili’ anche dalla comunità per poter creare consenso su una vittima che non sempre era ritenuta tale, il colpevole essendo un rappresentate dello stato.

Nel caso sempre di Lorusso, ad esempio, i compagni e amici fecero porre una targa commemorativa in via Mascarella, dove lo studente cadde a terra. Si tratta di una lapide di marmo, che riporta a un rituale piuttosto tradizionale di commemorazione dei morti. Chiaramente la forma convenzionale e classica della lapide servì per creare una memoria più condivisa della morte di Lorusso.

Inoltre, il caso Lorusso mostra che si voleva rievocare anche la retorica e l’estetica dei monumenti dedicati ai partigiani, che per la sinistra extra-parlamentare di quegli anni – oltre che per i gruppi di lotta armata e quelli strettamente terroristici – rappresentarono un modello di lotta. Così sul monumento che ricordano due giovani antifascisti uccisi nel 1975, Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, si legge ‘caduti partigiani della nuova resistenza’ (P. Cooke, ‘A riconquistare la rossa primavera!: The Neo-Resistance of the 1970s’ in Speaking out and Silencing. Culture, Society and Politics in Italy in the 1970s, 2006, p. 172).

In questi casi la creazione di monumenti, che si tratti di targhe commemorative, tombe o statue, serve dunque inanzittutto per denunciare un’ingiustizia che non è ritenuta tale dalle autorità e dall’opinione pubblica, e per creare consenso. Paradossalmente questi monumenti, più che creare consenso spesso creano conflitti: si pensi alla lapide creata per Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico morto in circostanze mai chiarite durante gli interrogatori sulla strage di Piazza Fontana. La lapide, che descrive la morte di Pinelli in termini di un assassinio, per anni era rimasta collocata davanti alla banca dove esplose la bomba, fino a quando – nel 2006 – fu rimossa di notte dalle autorità locali e sostituita da una lapide identica che parlava invece di un tragico incidente (si veda J. Foot, ‘The Death of Giuseppe Pinelli: Truth, Representation, Memory’ in Assassinations and Murder in Modern Italy: Transformations in Society and Culture, 2007).

A Genova un conflitto molto simile si creò quando fu posta la targa in memoria di Carlo Giuliani, durante il decimo anniversario, seguita da un monumento di granito posto due anni dopo, il 20 luglio 2013. La targa recita “Carlo Giuliani, ragazzo”, come Giuliani viene spesso chiamato nella comunità che si impegna a ricordarlo, e che è anche il titolo di un documentario di Francesca Comencini del 2002. Il sindacato di polizia Coisp ha attaccato la targa dicendo che ‘[d]edicare un tributo a Carlo Giuliani significa onorare una persona che era in piazza Alimonda e partecipava all’aggressione contro un appartenente alle Forze dell’Ordine che era in pericolo di vita’.

Quasi identica la reazione di alcuni esponenti di Alleanza Nazionale quando, nel 1999, fu inaugurato un masso di marmo – con epigrafe del poeta bolognese recenemente scomparso, Roberto Roversi – nel giardino pubblico dedicato a Francesco Lorusso a Bologna. Il monumento era secondo gli esponenti di AN ‘una strumentalizzazione politica di quell’episodio. Lorusso non fu abbattuto dalla violenza di un potere senza occhi [come scrive Roversi nella sua epigrafe], ma restò ucciso nel corso di violentissimi scontri di piazza che i suoi compagni scatenarono mettendo a ferro e fuoco l’università e l’intera città’ (A. Hajek, Negotiating memories of protest, p. 164).

Tornando a Giuliani, il monumento di granito posto nel 2013 recita “Carlo Giuliani, ragazzo, 20 luglio 2001”, ed è stato scelto dopo che la targa fu danneggiata nel 2012. Anche qui c’è un parallelo forte con il caso Lorusso: la decisione di aggiungere il monumento con l’epigrafe al giardino pubblico venne dopo che la targa commemorativa che si trova in via Mascarella fu danneggiata da giovani neofascisti, come è accaduto spesso anche alla lapide in marmo dedicata a Roberto Franceschi, a Milano. L’allora sindaco di Bologna Walter Vitali disse a proposito del marmo: ‘E’ un segno della memoria che resta. Un segno di cui c’era la necessità perché la memoria dello studente Lorusso non fosse lasciato solo alla targa di via Mascarella’ (A. Hajek, Negotiating memories of protest, p. 164). In modo non dissimile, il padre di Carlo Giuliani ha dichiarato che ‘[l]a targa in passato è stata spesso danneggiata e contro le teste di “marmo” abbiamo pensato di sostituirla con un blocco di granito’.

Come ricordare una morte scomoda? Come marcare con dei ‘segnali tranquillizzanti, nella loro dignitosa e silenziosa immobilità della continuità col passato per l’identità dei cittadini’, incidenti sconvolgenti e spesso traumatici che non portano ‘automaticamente’ ad una memoria (più o meno) divisa, come ad esempio nel caso di terrorismo e stragismo? Come onorare una vittima che non è considerata tale per tutti? La commemorazione di un militante morto per mano della polizia è una lotta che continua nel tempo, una ferita aperta che rimane esposta a strumentalizzazioni e attacchi da chi la pensa diversamente. Il fallimento della giustizia, il venir meno di riconoscimenti pubblici – o ‘legittimità di esistenza’, nelle parole di Poli – e verità storiche, il conflitto su chi è degno di essere ricordato pubblicamente e la necessità di non dimenticare…la memoria – e con essa il monumento – è sempre in movimento.

Per saperne di più so veda il mio libro sulla memoria della morte di Francesco Lorusso a Bologna, appena uscito nella collana ‘Memory Studies’ di Palgrave Macmillan.

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