Lutto nazionale: come il Paese si autoassolve

di Daniele Salerno

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Il lutto, dice il dizionario, è il dolore straziante provocato dalla morte di una persona cara. Il lutto nazionale è il costituirsi della comunità come soggetto di memoria e il vivere la perdita di vite umane come una “tragedia nostra”. Judith Butler ha ben mostrato come il potere divida le morti in “degne di lutto” e “non degne di lutto”. Le morti non degne di lutto appartengono a quelle persone la cui fine non viene percepita come perdita. Con il lutto nazionale proclamato per la strage di Lampedusa si è forse riconosciuta a quelle vittime la dignità al lutto nel nostro Paese? E quindi, seguendo il ragionamento di Butler, è stata riconosciuta a quelle vite, quelle spezzate e quelle dei sopravvissuti, una dignità che le fa sentire, a noi italiani, come “nostra” perdita, “nostra” sofferenza?

Enrico Letta ha detto ieri che “le vittime di Lampedusa sono oggi cittadini italiani”. Oggi la procura di Agrigento ha iscritto i sopravvissuti maggiorenni alla strage di Lampedusa nel registro degli indagati per il reato di clandestinità, in ottemperanza alla legge Bossi-Fini. L’iscrizione al registro degli indagati per clandestinità rappresenta la risposta a quella domanda:  abbiamo riconosciuto a quelle vite una dignità pari alla nostra? La risposta è negativa: per il potere quelle vite, quelle perse e quelle dei sopravvissuti, non sono nostre perché per la legge sono, sul nostro territorio e nel nostro mare, “clandestine”.

E allora quale significato ha avuto questo lutto nazionale che non ha ridato “dignità al lutto” alle vite perse né riconosciuto la dignità, e la non clandestinità, delle vite dei sopravvissuti?

Dicevamo che la proclamazione del lutto nazionale ha significato dichiarare come “nostra” la perdita di vite umane; ha significato porre la comunità e le istituzioni repubblicane in una posizione contigua a quella delle vittime: ci addoloriamo della perdita e ci dichiariamo a nostra volta vittime dell’inazione dell’Europa. Ci troviamo di fronte a un abuso attraverso cui la comunità nazionale e le istituzioni statali si pongono in una posizione illegittima e inadeguata: il lutto ha funzionato come un lavacro per la coscienza, con la riproposizione di una comunità nazionale che pensa se stessa come vittima piuttosto che come colpevole di queste tragedie. Questo accade ancora per la memoria della stagione coloniale italiana: e non dimentichiamo che molti di coloro arrivati e annegati l’altro giorno provengono dalle nostre vecchie colonie. E come accade per la memoria dell’Olocausto, rispetto alla responsabilità del nostro paese in quel tragico evento.

Ma per capire questa illegittima trasformazione di una colpa collettiva in un lutto dobbiamo forse percorrere sommariamente gli ultimi 20 anni.

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Oggi sul molo di Otranto si può vedere un monumento fatto con il relitto della nave Kater I Rades speronata nel 1997 da una corvetta militare italiana. Annegarono ottantuno albanesi e tra loro soprattutto donne e bambini. La tragedia fu provocata dalla decisione di Romano Prodi e dell’allora Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano di mandare la Marina Militare a pattugliare il braccio di mare tra Italia e Albania, con il mandato di effettuare “azioni cinematiche di disturbo e di interdizione”, che prevedevano il ricorso a procedure di “harassment” (come ricorda Alessandro Leogrande nel suo Il naufragio). Il governo chiedeva dunque alla Marina Militare di respingere fisicamente le barche cariche di migranti verso l’Albania. Oggi quel monumento, fatto con il relitto della nave, che è stata in parte sottratta alla disponibilità delle vittime, è in rovina: una comunità locale non è riuscita, almeno finora, a diventare comunità di memoria e di lutto e ha di fatto sottratto ai familiari delle vittime il diritto a elaborare un lutto difficilmente elaborabile, soprattutto per chi non ha avuto neanche un corpo su cui piangere.

Non sono valutabili nella loro pienezza le perdite provocate invece dalla politica dell’ultimo governo Berlusconi, basata su azioni di respingimento portate avanti in accordo con Gheddafi. Al secondo governo Berlusconi si deve poi una legge, la Bossi-Fini, che ha completato il processo di penalizzazione del reato di “immigrazione clandestina”: fattispecie introdotta dalla legge Turco-Napolitano, la stessa che ha istituito i CPT, e che ha creato il news frame nella descrizione dei processi migratori come “clandestini”.

È stato allora appropriato dichiarare il lutto nazionale? In un paese che stenta a malapena a riconoscere la cittadinanza a persone nate in Italia da genitori non italiani, è legittimo dichiarare che le vittime sono cittadini italiani? O si tratta di una usurpazione e di una ulteriore forma di violenza che viene perpetrata nei confronti di vittime, sia morti che sopravvissuti? Il lutto nazionale è il tentativo di appropriarsi di un ruolo, quello di vittime, che non ci può appartenere. È servito ad alleggerire una coscienza collettiva e storica che non riesce a fare i conti con se stessa e che continuamente si autoassolve. E che non può certo essere riscattata dal pur nobile comportamento dei lampedusani e dei turisti che hanno soccorso i migranti.

Siamo però ancora in tempo per riconoscere alle vite dei sopravvissuti e a quelle dei loro cari morti in mare una dignità: un decreto legge che depenalizzi il “reato di clandestinità” immediatamente sarebbe un modo più onesto e degno per restituire dignità ai vivi e per dare a quei morti, schiacciati sui fondali del nostro mare, la dignità del lutto.

One Comment to “Lutto nazionale: come il Paese si autoassolve”

  1. una riflessione importante questa sulla usurpazione e mistifazione dell’idea di lutto e lutto nazionale

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