La Shoah e i bambini

di Centro TraMe

bambini loddi Anna Veronica Pobbe*

Il filo della Memoria è il titolo dell’evento che ha inaugurato il 7 giugno 2013 la collaborazione tra l’Istituto Centrale per i beni sonori e audiovisivi di Roma e l’USC Shoah Foundation. Da quella data è possibile consultare, attraverso le postazioni dell’Istituto, l’intera collezione di interviste che la Shoah Foundation ha raccolto in oltre 20 anni di ricerca.

La USC Shoah Foundation è nata nel 1994 su iniziativa di Steven Spielberg e dopo la realizzazione del film premio Oscar Schindler’s List. Attualmente il suo database contiene più di 52.000 video-testimonianze in 32 lingue diverse di persone provenienti da 56 paesi e, oltre le interviste di sopravvissuti della Shoah, nel database sono presenti interviste di sopravvissuti ai genocidi dei tutsi in Ruanda.

Grazie all’accordo tra l’Istituto e la Shoah Foundation, dal mese di gennaio a quello di marzo del 2013 ho potuto fare ricerca sui sopravvissuti del ghetto di Łódź e in particolare su coloro che erano bambini al momento della ghettizzazione. Da questo lavoro è nata la mia tesi di laurea triennale dal titolo Bambini nel ghetto di Łódź e l’Operation Szpera: una storia orale (relatrice la prof.ssa Francesca Socrate), a partire dalla testimonianza di 15 sopravvissuti (sia uomini che donne).

Attraverso testimonianze di questo tipo riusciamo ad avere un quadro ampio e complesso di una realtà, come quella dei ghetti nazisti, ancora frammentato e per certi aspetti molto confuso. Un esempio lampante di come gli studi sui bambini possano fornire elementi importanti per l’analisi storica è la tesi di Adrianna Tames dell’Università di Bristol, premiata come una delle migliori tesi Undergraduate del 2010. Nella sua ricerca Tames dimostra come sia possibile identificare le diverse caratteristiche di ghetti come Łódź, Theresienstadt e Varsavia attraverso i disegni dei bambini rinvenuti e le lettere che ne descrivono i giochi.

Come un sopravvissuto elabora l’esperienza del ghetto nazista, specie quando vi entra bambino? E cosa succede nel caso del ghetto più longevo tra quelli istituiti dai nazisti, quello di Łódź, rimasto in funzione per quattro anni?

Łódź è in quella parte della Polonia che durante la seconda guerra mondiale viene direttamente annessa al territorio del Reich (l’altra parte va a formare il Governatorato Generale). Qui viene istituito un ghetto al cui interno vengono ammassati ebrei e zingari. A capo del consiglio ebraico è posto Mordechi Chaim Rumkowski.

Łódź prima della guerra è una città che vive dell’industria tessile, tanto da valerle il soprannome “Manchester Polacca”. Gli ebrei, consapevoli di ciò, tentano di ricreare all’interno del ghetto un sistema di industrie e sartorie. Il lavoro a bassissimo costo fornito dagli ebrei viene presto sfruttato dall’amministrazione nazista, tanto che viene a crearsi una vera e propria frattura interna tra la Wermacht e le SS per il controllo del ghetto. Nonostante ciò, le deportazioni si abbattono qui, come in tutti i ghetti polacchi, a cominciare dal 1942.

Particolarmente traumatica è la Allgemeine Gehsperre o Szpera, avvenuta tra il 5 e 12 settembre del 1942, nella quale vengono deportati la maggior parte dei bambini e degli anziani residenti nel ghetto. Nel giugno del 1944 viene presa la decisione di liquidare definitivamente il ghetto.

Ormai a Łódź sono rimasti solo 70.000 ebrei (degli oltre 205.000 che transitano nei quattro anni di guerra tra il 1940 e il 1944) che vengono destinati al lager di Auschwitz-Birkenau. Dalle vicende di questo ghetto sono stati tratti quasi più romanzi che ricerche storiche, l’ultimo in ordine cronologico è il romanzo di Steve Sem-Samberg “Gli Spodestati”, presentato anche al Festival della Letteratura di Mantova nel 2012, basato sulla figura enigmatica di Rumkowski.

Nuova linfa è stata data però agli studi sulla Shoah attraverso l’utilizzo delle fonti orali, come dimostra il libro di Christopher R.Browning “Lo Storico e il Testimone: il campo di lavoro di Starachowice”.

Solitamente i bambini vengono considerati una categoria autonoma negli studi sulla memoria e questa impostazione ha causato non pochi problemi nell’affrontare l’argomento. Nel caso dei sopravvissuti alla Shoah la questione si complica notevolmente e le varie esperienze (ghetto, lager, prima e dopo la guerra, ecc.) solitamente vengono racchiuse in un unico grande calderone, motivando questa scelta con la giovane età.

Andando però a lavorare con delle interviste di sopravvissuti al ghetto di Łódź (raccolte tra il 1995 e il 2001 dal gruppo di ricercatori della Shoah Foundation e conservate all’interno del Visual History Archive), che all’epoca della ghettizzazione non avevano più di 10 anni, quella impostazione non tiene. Per prima cosa, anche se anagraficamente durante la loro permanenza nel ghetto questi testimoni erano a tutti gli effetti dei bambini, quando viene chiesto loro di raccontare quella esperienza non usano mai termini inerenti all’infanzia. L’uso di termini legati all’età infantile si nota solo in alcuni sopravvissuti e limitatamente al primissimo periodo successivo alla ghettizzazione.

Punto di svolta è la questione del lavoro, che a Łódź è particolarmente importante: costituisce infatti allo stesso tempo una tappa di passaggio alla condizione adulta e una garanzia di sopravvivenza. Già qui è possibile sfatare uno dei miti più ricorrenti quando si tratta questo argomento: non è nel lager che i bambini perdono la loro infanzia, ma molto prima, all’interno del ghetto.

Sempre legato a questo aspetto dell’infanzia è bene sottolineare anche una forte differenza di genere: le donne usano termini afferenti alla sfera infantile in un altro periodo della loro vita, quello subito successivo alla liberazione, sebbene in questo caso anagraficamente le testimoni non apparterrebbero più alla categoria dei bambini ma a quella delle adolescenti.

Le testimonianze ci dicono molto anche di un altro aspetto molto importante nel caso di Łódź e cioè la Szpera. La deportazione di massa crea un discrimine nel racconto: le selezioni arbitrarie fanno crollare la convinzione secondo la quale il lavoro avrebbe garantito la sopravvivenza. Inoltre il non essere deportati, nonostante la data di nascita dei sopravvissuti avrebbe implicato una presenza certa all’interno delle liste (la cui compilazione venne affidata a Rumkowski che istituiì a tal proposito una Resettlement Commission), aumenta la non identificazione dei sopravvissuti con la categoria nella quale dovrebbero rientrare (racconto infantile).

Nel settembre 2012 la Szpera è stata ricordata a Łódź attraverso varie manifestazione e rievocazioni tra le quali il famoso discorso di Rumkowski Datemi i vostri figli.

bambini lodz2

* Anna Veronica Pobbe (1991). Ha svolto il tirocinio all’interno della Fondazione museo della Shoah di Roma e nel luglio del 2013 si è laureata con una tesi di Storia Orale, frutto del lavoro come ricercatrice all’interno dell’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi di Roma in collaborazione con la Shoah Foundation (per il quale è stata anche relatrice durante l’evento Il filo della memoria). Attualmente frequenta il primo anno del corso specialistico di Scienze Storiche sempre all’università “la Sapienza” di Roma.

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