Come un terremoto: memorie della strategia della tensione

di Daniele Salerno

1459668_253424191482798_546608911_n«Come i terremoti sono preceduti da uno sciame sismico, così le stragi sono il punto massimo d’alterazione in crescendo […] nel 1969 piazza Fontana fu preceduta da una serie di ventidue attentati». Così leggiamo a pagina 321 del libro Una stella incoronata di buio, in cui Benedetta Tobagi ricostruisce la storia della strage di Brescia all’interno del quadro più generale degli anni della cosiddetta strategia della tensione. La metafora del terremoto non è casuale e si riallaccia a una differenza strutturale tra il modo in cui narrativamente ricostruiamo e ricordiamo gli anni della strategia della tensione e i successivi anni di piombo. «Alla storia delle stragi impunite manca persino un immaginario a cui appigliarsi per ricominciare a pensare. Non esiste l’equivalente della foto del ragazzo con la P38 in via De Amicis a Milano […] ma nemmeno il corrispettivo del Moro prigioniero che regge un quotidiano davanti allo stendardo delle Brigate rosse» (p. 13). Sono immagini prive di esseri umani. Eventi distruttivi senza colpevole.

«In piazza Fontana il 12 dicembre del 1969 una bomba uccise diciassette persone»; «Nel marzo 1978 in via Fani le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro e trucidarono la sua scorta». È nella struttura linguistica di queste due frasi, quelle che ripetiamo ogni anno in occasione delle commemorazioni, che si racchiude in nuce tale fenomeno. La memoria del terrorismo nero, dal punto di vista linguistico, assomiglia più alle forme narrative che utilizziamo per i disastri naturali: una «strage si compie», «una bomba esplode», come accade per un’alluvione, un terremoto, una valanga. Sono eventi che «avvengono», che succedono: senza un soggetto attivo che li causi. Nel racconto del terrorismo nero prevale la forma impersonale o ritroviamo come soggetto verbale un oggetto: una bomba. Da dove arrivi, quella bomba, chi ce l’abbia messa, è considerato sempre congettura, ipotesi.

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La memoria del «terrorismo rosso» si materializza invece in altre strutture linguistiche: abbiamo sempre un soggetto umano – le BR, Prima Linea – un’azione e i suoi effetti (le vittime, i morti). Nonostante in entrambi i casi la narrazione presupponga posizioni narrative e ruoli – un perpetratore, un’azione delittuosa, delle vittime –, nel caso del racconto della strategia della tensione e del terrorismo nero alcuni di questi ruoli rimangono sempre vuoti.

All’origine di questo fenomeno sta prima di tutto lo stesso modo di comunicare e le strategie di visibilità delle organizzazioni terroristiche. Se le BR crearono consapevolmente attorno a loro un immaginario fatto di simboli (la stella a cinque punte), verbosi comunicati e immagini (a partire dalle polaroid usate per i sequestri), le organizzazioni fasciste non rivendicarono i loro attentati, si fecero invisibili, con l’obiettivo di far ricadere la colpa su anarchici e sinistra.

Tale strategia di comunicazione, unita alla successiva ipervisibilità brigatista, ha purtroppo prodotto a livello di costruzione sociale della memoria gli effetti voluti proprio dalle organizzazioni fasciste. In una parte delle nuove generazioni si è fatta largo l’idea che siano state le BR ad aver ideato e attuato le stragi di piazza Fontana e di Bologna.

Tale fenomeno è poi rafforzato dalle storie giudiziarie difficili, travagliate e spesso inconcludenti che seguirono quei fatti. E inoltre dal persistere di due fenomeni a livello di opinione pubblica. Il primo è una «patologia del segreto» : non si tratta tanto, o solo, del segreto di stato, ma di una topica del mistero che svaluta il sapere storico e giudiziario che si è costruito faticosamente su quegli anni, e che è costato la vita a giornalisti e magistrati (come per esempio a Vittorio Occorsio nel caso degli anni della strategia della tensione). L’opinione pubblica sembra tanto persuasa del suo “non poter sapere” che svaluta ciò che di importante su quegli anni si sa, impedendo così di «consolidare un patrimonio di conoscenze condivise sulle stragi», come ricorda sempre Tobagi. Il secondo è l’espressione «strage di Stato», recentemente e non a caso molto usata anche dalle organizzazioni di estrema destra, che rischia di ‘depistare’ a sua volta, seppur involontariamente, la ricerca della verità: spostando l’attenzione soprattutto su quegli organi dello Stato che si fecero complici, si pone nuovamente in un cono d’ombra coloro che idearono, organizzarono e materialmente attuarono quelle stragi, cioè le organizzazioni neofasciste. Così «le stragi le hanno fatte i servizi, oppure non si sa». Ma, come ci dice sempre Benedetta Tobagi nel suo lavoro di ricostruzione di quegli anni ed eventi, così non è.

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