Memorie per Els Borst

di Giuditta Bassano

20140211 els borst.jpg.crop_displayEutanasia è il nome con cui ci si riferisce a una serie di questioni anche molto diverse fra loro, tutte  incardinate però sul rapporto fra l”etica della cura’ e il progresso tecnologico della medicina.

La scorsa settimana sono successe due cose, che voglio ricordare insieme al tentativo di dare nomi più chiari alle problematiche che negli ultimi vent’anni, e possiamo supporre anche per i prossimi venti, agitano in Occidente passioni etiche e religiose, norme penali e deontologie professionali.

La prima è la decisione che il Parlamento belga ha preso giovedi scorso, il 13 febbraio, abolendo qualsiasi limite di età alla possibilità da parte di un paziente malato di una malattia incurabile di richiedere la somministrazione di un farmaco che ne induca la morte immediata. Quindi, previa sottoscrizione della legge da parte del monarca Filippo del Belgio, oggi in questo Paese diventa possibile anche per i minori decidere di provocare attivamente la loro morte in caso di condizioni patologiche riconosciute come già mortali.

La  seconda è la morte della ex ministra olandese Els Borst, avvenuta il 10 febbraio, sulla quale è in corso un’indagine per capire se sia trattato di un’aggressione o di una caduta accidentale. Els Borst è la figura chiave dell’approvazione della legge che nel 2002 ha reso l’eutanasia legale in Olanda, facendo al tempo di quel Paese il primo in Europa a garantire per i malati terminali (di età superiore ai 12 anni) il diritto a richiedere un’iniezione che ponesse fine alla loro vita.

Vista l’estrema rilevanza del problema, sotto il versante giuridico, medico, etico, non sorprende che gli eventi belgi stiano riattivando una corrente di riflessione trasnazionale sul modo più giusto di morire e su come ogni Stato debba prevedere delle norme specifiche. Non sorprende nemmeno che nel caso in cui la morte della ex ministra fosse ascritta al motivo di una violenza si potrebbero prevedere reazioni immediate in chi interpretasse l’omicidio nel quadro dell’attività politica di Borst sull’eutanasia.

In preparazione a tutto questo e per l’idea che sia molto importante conservare la storia di come – perlomeno in Europa – si evolva il dibattito sulla morte autodeterminata, faccio riferimento ai due saggi di Francesco Galofaro, Eluana Englaro. La contesa sulla fine della vita  e a cura di Paolo De Nardis, Silvia Polverini e Alessandra Sannella, Questione di vita e di morte. Bioetica, comunicazione biomedica e analisi sociale.

Incrociando lo sguardo semiotico del primo saggio con quello sociologico e bioetico del secondo mi sembra possibile tracciare tre spazi nelle questioni che si avvicendano. C’è primaditutto l’autonomia, che le leggi olandesi e belgi riconoscono e ordinano, per cui il malato può determinare come porre fine a un degrado fisico preannunciato dalla patologia di cui soffre; c’è poi una questione “più odiosa” (Pocar, in De Nardis, p. 63.) di capacità fisica, nei casi in cui un malato abbia coscienza del suo dolore e/o del suo voler porre termine alla sua condizione, (oppure si sia già espresso a proposito) ma sia debilitato in modo tale da non potersi ri-esprimere al momento del protocollo decisivo per la messa in pratica della scelta; c’è infine il problema di malati privi di coscienza, che quindi non hanno cognizione dello stato della loro degenerazione fisica e cerebrale e rispetto ai quali è necessaria una delega assoluta di volere.

A mio avviso questa specificazione è utile a comprendere l’enorme gamma di sfumature che la problematica assume e che è assai difficile ricomprendere in un’idea generale di autodeterminazione. Qualsiasi decisione prenderà lo Stato italiano, come gli altri della Comunità Europea che non hanno ancora normato in modo esplicito le questioni sui diritti a morire, può essere utile magari mantenere questa triplice prospettiva.

Si può ripartire per esempio dalla lucida riflessione del neurologo Alberto Defanti, inclusa in entrambi i saggi che abbiamo indicato, con cui si suggerisce che il potere sul corpo sia una sorta di centro di una spirale. Questioni cruciali come quella delle “direttive anticipate”, dell'”alternativa fra cure palliative e eutanasia attiva”, della depenalizzazione di chi porta a termine la vita di un altro, ma anche dei problemi della slippery slope e del fenomeno incrementale del claiming patient, possono essere considerate l’orbita di quello che Galofaro, interpretando Defanti, chiama “apparato di cattura biogiuridico” (Galofaro, p. 134). Un apparato “che trae la sua giustificazione dall’essere organo di garanzia per la vita di tutti, ma che espone tutti noi al rischio di esserne afferrati automaticamente o per così dire, d’ufficio, e di non avere più la possibilità di uscirne qualora le cose vadano male”(Defanti in Galofalo, p. 111).

In questo senso allora, forse, mi è possibile anche condividere le lotte olandesi di Els Borst e tributarle un ricordo particolare auspicando che l’Europa si muova in modo rapido verso la regolarizzazione anche degli altri due domini di criticità sull’eutanasia che ho rilevato oltre a quello dell’autonomia.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: