Il comunismo in un museo: l’esempio di Praga

di Mario Panico

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Una matrioska dai denti aguzzi è il simbolo del museo del comunismo di Praga. La famelica bambolina russa – che nel periodo natalizio si trasforma in un inquietante San Nicola, sorriso placido e un’ascia insanguinata nel pugno destro – compare in numerosi manifesti sparsi per la città, che guidano i visitatori alla location della mostra.

Lo spazio del museo – circa 400 metri quadri – è stato allestito dal businessman americano Glenn Spicker, ex studente di Soviet Affairs, trasferitosi nella capitale ceca nel 1992, dove ha poi aperto alcuni bar e ristoranti. La collezione non ha pretese di completezza storica. Emerge, piuttosto, la volontà di re-interpretare la storia del comunismo cecoslovacco attraverso stratagemmi di natura perlopiù derisoria, talvolta al limite del grottesco. Questa forma di Destinazione esterna è indirizzata più verso un giudizio sul comunismo che al suo ricordo.

Inaugurato nel gennaio del 2001, il museo del comunismo si trova nei pressi di piazza Venceslao, nello storico palazzo Savarin, che ospita anche un casinò e un McDonald; la brochure informativa esalta lo strano accostamento, che diventa così elemento chiave per leggere una delle intenzioni più esplicite del suo ideatore: giocare sul paradosso della convivenza spaziale di comunismo e consumismo.

Nel museo, il racconto del comunismo ceco è diviso in tre atti: THE DREAM, THE REALITY, THE NIGHTMARE.

Accolti dalla riproduzione in cartongesso di una statua di Lenin, collocata subito dopo l’ingresso, i visitatori devono attraversare una prima stanza, sovrastata da una grande stella rossa fissata sul soffitto: è lo spazio del sogno, del Dream. È chiara, sin da subito, la forte connotazione disforica: il comunismo cecoslovacco, attraverso materiali d’archivio della propaganda, è presentato come illusione ideologica, impalcatura di teorie irrazionali e bugiarde, frutto di una degenerazione del marxismo.
Più in là, superati alcuni pannelli esplicativi di taglio storico, si arriva alle stanze della Reality. Vengono ricostruiti gli spazi della vita quotidiana: l’aula di una scuola, l’angolo di un’officina, il salotto di una casa, il bancone di un supermercato con poche scatolette di conserve, tutte uguali.
Questa modalità di esposizione si ritrova in molti musei della nostalgia comunista dei paesi dell’Est Europa; a Praga, però, non si vuole ricreare spazialmente un tempo ormai passato per “riscaldare il cuore” di chi ancora non si convince che il muro di Berlino sia crollato, né offrire un’esperienza di consumo a quelli che, nati dopo il 1991, sono avvezzi al turismo nostalgico. Allestire un salotto anni ’60 come ai tempi del regime comunista, in questo caso, serve a mettere in scena e poi a smascherare l’apparente tranquillità esistenziale che il comunismo indicava tra i risultati positivi della sua azione sulla vita delle persone.
Quella che si spazializza in queste stanze è l’idea di una vita normale, costante, metodica. Una vita media. L’operazione di smascheramento viene affidata ancora una volta ai pannelli esplicativi affissi alle pareti, che raccontano un sistema corrotto e disorganizzato.
La spazializzazione del passato serve a denigrare il passato stesso, a denunciarne le disfunzioni. Tutto è perfetto nelle apparenze, eppure quei divani, quei libri di scuola, sono in realtà i feticci di una vita quotidiana tormentata da paure e limitazioni.

Quegli oggetti che diventano i mediatori della cultura del tempo, del modo di vivere,
dell’ “essere comunisti”. I diversi oggetti presenti vengono risignificati in maniera diversa rispetto  a quelli esposti in un museo “tradizionale”.

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Nell’ultima sezione della mostra, The Nightmare, il comunismo è rappresentato in modo esplicito come una dittatura. Il visitatore viene immesso in un circuito che lo porta ad attraversare due stanze. Nel primo spazio, un telefono squilla ininterrottamente: è la sala degli interrogatori, che mette in mostra gli spazi di lavoro della polizia sovietica, ricostruiti con piglio cinematografico.  La seconda stanza è dedicata alla proiezione di alcuni materiali video tratti dai giorni della primavera di Praga. Appena fuori dalle sale, un paio di monitor raccontano frettolosamente le proteste che portarono alla divisione della Repubblica Ceca dalla Slovacchia.

Prima di uscire dal museo, si passa per un piccolo shop in cui è possibile acquistare candele colorate a forma di busto di Stalin e cartoline che riscrivono ironicamente i messaggi dei manifesti propagandistici. Questa riscrittura allontana l’aura di solennità dei messaggi originali, affidandoli al regno del profano.

A differenza di ciò che accade negli altri musei del comunismo dell’Europa orientale come l’House of Terror di Budapest o il DDR Museum di Berlino, il museo di Praga si configura come mero spazio dell’intrattenimento. Accanto al libro riservato agli ospiti, che raccoglie i commenti a caldo sulle visite, c’è perfino scritto: “Attenti alle spie sovietiche mentre scrivete i vostri commenti!”.
Il museo somiglia spesso a una soffitta impolverata con oggetti fuori moda accatastati. La memoria è diluita in uno spazio di divertimento, dove la storia non interroga e non dà risposte. Il visitatore riemerge come da un lento flashback, poco pedagogico e a tratti un po’ kitsch.
Al termine del percorso, il visitatore non comprende a pieno cosa sia stato il comunismo in Cecoslovacchia, di sicuro, però, ne saprà ridere.

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