Posts tagged ‘documentario’

19 novembre 2012

La mia bandiera: per una storia completa della Resistenza antifascista

di Andrea Hajek

Parlando della memoria privata del ’68 in Italia, John Foot ha sostenuto – nel suo contributo al ricco volume Memories of 1968 del 2008 – che alcuni silenzi individuali, collettivi e storici si fondano su aspettative rispetto a ciò che andrebbe ricordato o, al contrario, dimenticato.

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12 settembre 2012

Il trauma, l’archivio e il testimone. La semiotica, il documentario e la rappresentazione del ‘reale’

di Centro TraMe

È appena uscito presso la casa editrice Bononia University Press il nuovo libro di Cristina Demaria Il trauma, l’archivio e il testimone. La semiotica, il documentario e la rappresentazione del ‘reale’.

Il testo si divide in due parti. Nella prima sezione (I Trauma Studies, la testimonianza e le immagini), l’autrice si sofferma sui vari significati e modelli interpretativi che il termine “trauma”  ha assunto all’interno del campo transdisciplinare dei trauma studies,

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18 maggio 2011

Desaparecidos. Segregazione, trauma e memoria: la testimonianza come elaborazione

di Daniele Salerno

L’Associazione dei Residenti Argentini in Emilia-Romagna (AREA), la Fondazione Gentes de Ylania , l’Associazione di Volontariato verba Manent e il Consultorio “Augusta Pini” della Fondazione Augusta Pini e dell’Istituto del Buon Pastore Onlus, hanno organizzato per sabato 21 maggio alle ore 20 l’incontro “Segregazione, trauma e memoria: la testimonianza come elaborazione” sul caso dei desaparecidos argentini. Durante l’incontro sarà proiettato il documentario “Por cada desaparecidos, una voz”. Ne discutono Patricia Quezada (Presidente AREA) e la dott.ssa Susanna Liberatore (psicologa del consultorio “Augusta Pini”). L’incontro si terra a Bologna presso il consultorio “Augusta Pini” (via dei Buttieri, 13d)

Segregazione, Trauma e Memoria

7 novembre 2010

Annie Leibovitz o la fabbrica del mito

di Daniele Salerno
 

 

La copertina di Rolling Stones uscita alla morte di John Lennon. La foto era stata scattata dalla Leibovitz cinque ore prima dell'omicidio

La scelta degli organizzatori di chiudere la rassegna del Festival Gender Bender con il documentario Annie Leibovitz: a Life through Lens (USA 2008, regia di Barbara Leibovitz) è stata decisamente felice. Attraverso l’occhio della fotografa americana Annie Leibovitz vediamo infatti tutti i protagonisti degli otto giorni di Festival, a chiudere perfettamente il cerchio delle proiezioni dei documentari: rivediamo così John Lennon e Burroughs, Yoko Ono, i Rolling Stones e Louise Bourgeois, protagonista della sessione precedente. E naturalmente ritroviamo Patti Smith che è apparsa in tutti i documentari sugli anni Sessanta, Settanta e Ottanta dandoci la straniante impressione che abbia passato gli ultimi anni seduta sulla stessa sedia, nello stesso posto davanti a una serie di registi in fila ad attendere il loro turno per registrare la sua testimonianza.

Il documentario ci fa entrare nel cuore stesso di una fabbrica del mito: una grande stanza in cui il curatore della sua ultima raccolta di foto aveva riunito e appeso gli scatti più significativi della sua carriera per procedere alla selezione. Ci troviamo in un luogo ideale da cui guardare tutto ciò che di significativo è successo negli ultimi cinquant’anni. Dal Watergate e alle immagini simbolo del presidente Nixon che lascia definitivamente la Casa Bianca, alla foto di John Lennon nudo abbracciato a Yoko Ono qualche ora prima di essere ucciso, fino naturalmente ai vari ritratti e copertine che hanno trasfigurato tanti personaggi dello star system consegnandoli definitivamente all’Olimpo della celebrità.

E naturalmente il suo soggetto prediletto fino alla morte: la compagna Susan Sontag. Colpiscono le foto del periodo della malattia e quelle sul letto di morte che emozionano lo spettatore che guarda e ascolta il racconto della Leibovitz in lacrime. Immagini che costruiscono anche un ideale dialogo tra la grande intellettuale – che tanto si è interrogata sulla fotografia, la rappresentazione del dolore degli altri e l’osceno (le riflessioni più citate nel recente convegno AISS sulla fotografia e intorno a cui noi stessi del Centro TraMe ci siamo interrogati) – e la compagna fotografa.

Susan Sontag

Le foto di Annie Leibovitz hanno costruito la memoria visiva del XX secolo e di parte del XXI secolo come pochissimi altri fotografi hanno fatto: nella maggior parte dei casi non si tratta di una memoria storica e documentaria, come quella di Robert Capa o di tutta la tradizione della concerned photography americana. Se si escludono le prime foto sul Watergate e quelle scattate nella ex Jugoslavia durante la guerra su spinta di Susan Sontag, si tratta soprattutto di una memoria trasfigurata dal mito, forse in questo molto più vicina alla tradizione europea. Miti che come tali hanno preso una propria vita persino rispetto allo stesso soggetto ritratto: la foto di Demi Moore incinta o di Arnold Schwarzenegger giovane body-builder sembrano staccarsi dalle stesse biografie dei soggetti ritratti e tratteggiano la forma di un’idea, dando corpo allo spirito del tempo.

Fra cinquant’anni probabilmente per sapere chi è quella donna incinta o quell’uomo muscoloso si dovrà andare a cercare il loro nome in qualche nota a piè di pagina. Il nome della Leibovitz, l’occhio invisibile che guarda, sarà invece lì a caratteri cubitali stampato in copertina.

7 novembre 2010

I teatri della memoria di Louise Bourgeois

di Daniele Salerno

Louise Borugeois fotografata da Annie Leibovitz

L’inizio del documentario Louise Bourgeois: the Spider, the Mistress, the Tangerine (USA 2010, regia di Marion Cajori e Amei Wallach) contiene, nella nenia musicale che accompagna i movimenti di camera attorno alle linee architettoniche di una delle installazioni di Bourgeois, il nodo biografico irrisolto da cui scaturiscono le sue opere: si tratta di Frère Jacques (in Italia conosciuta come Fra’ Martino campanaro), la canzone per l’infanzia per eccellenza in Francia, che però diviene nella versione di Gustav Mahler proposta nel documentario una marcia funebre. Ed è proprio della memoria sofferta dell’infanzia e dei suoi traumi che si nutre l’opera di Louise Bourgeois.

A quel nodo irrisolto dell’infanzia fa riferimento il titolo: il ragno (la madre), l’amante del padre e il mandarino (il padre stesso) sono i tre protagonisti delle sue opere, attorno ai quali ella costruisce un dramma personale, la scena di una gigantomachia che si consuma nell’inconscio ed emerge nelle sue opere. Vediamo  il volto della anziana artista francese, emigrata negli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale e morta qualche mese fa (a lei avevamo già dedicato un post) mentre lavora e si muove nel suo atelier: una carne tesa e nervosa, che a stento riesce a trattenere la propria rabbia (la passione che lei stessa dice animarla) e la propria tensione creativa.

L’artista racconta come il suo gesto artistico sia una evoluzione del gesto artigianale della madre sarta, che per far fissare i colori sulle tende immergeva i tessuti nell’acqua e poi li torceva: il gesto da cui scaturiscono molte opere della stessa Bourgeois. Vediamo il gesto del padre riprodotto dall’ormai anziana figlia: un gioco con la scorza del mandarino, l’intaglio della buccia e la creazione di figure. Un’altra tecnica che, dalla memoria della Bourgeois si trasforma e diviene gesto artistico, ma anche gesto memoriale: incorporazione del gesto della madre e del padre. Infine il ricordo dell’amante del padre, la vergogna che si prova di fronte alla gente, e le lacrime dell’anziana donna che ancora sente l’offesa paterna.  E infine vediamo le installazioni: la camera da letto dei genitori, riprodotta secondo le leggi della memoria, e il laboratorio della madre.

Queste opere non sarebbero così potenti se riproducessero soltanto la memoria visiva che Bourgeois conserva della propria infanzia: si tratta in realtà di dispositivi spaziali e visuali in cui lo spettatore viene collocato e in cui sono gli stessi meccanismi della memoria a essere riprodotti. Le installazioni di Bourgeois così non rappresentano soltanto la sua memoria, ma divengono il teatro interiore o lo schermo su cui proiettare il nostro stesso vissuto infantile. Il documentario con i movimenti di camera attorno alle opere riesce a darci quest’effetto: piazzandoci in una fessura della installazioni siamo costretti a guardare attraverso uno specchio distorcente il letto dei genitori, quasi a ricostruire una scena primaria in cui l’installazione ci costringe a rimpicciolirci all’altezza del bambino o della bambina che tutti siamo stati. E’ proprio questo che si sente quando la macchina da presa, sulle note di O Superman di Laurie Anderson (“Hello? This is your Mother. Are you there? Are you
coming home?”), si addentra tra le zampe dei ragni giganteschi della Bourgeois: la madre sarta che tesse e cura.

13 ottobre 2010

Presentazione del libro “Io non dimentico”, Bologna, Galleria Acquaderni (libreria Feltrinelli) 14 ottobre, ore 18

di Francesco Mazzucchelli

Questa sera, alle ore 18, alla Feltrinelli di Piazza Ravegnana di Bologna verrà presentato il libro Io non dimentico, un’iniziativa editoriale a cura della redazione bolognese di La Repubblica e pubblicato da Feltrinelli. Il libro raccoglie alcune testimonianze sulla strage di Bologna inviate dai lettori di Repubblica: racconti individuali che ci offrono una prospettiva soggettiva su quello che resta uno degli episodi più tragici e oscuri della storia del nostro paese. Le testimonianze sono introdotte da un racconto inedito di Stefano Benni a partire dal suo personale ricordo della strage. Qui lo speciale on line.

Intanto, sempre Repubblica in questi giorni sta promuovendo un documentario – prodotto dall’Associazione Pereira e Arcoiris Tv, in collaborazione coi Modena City Ramblers – in cui a parlare sono questa volta non i testimoni diretti della strage, ma le nuove generazioni: giovani bolognesi tra cui molti studenti. Le conclusioni: gran parte dei giovani sa poco o nulla di quanto successe il 2 agosto e per molti gli autori della strage furono i brigatisti rossi.

Anche il nostro centro, qualche mese fa, ha tentato una piccola ricognizione nel campo delle post-memorie (così vengono definite le memorie di chi non ha partecipato da testimone “contemporaneo” ad un determinato evento) della strage, basandosi su un campione di studenti del dipartimento di comunicazione dell’università di Bologna. Anche in questo caso, i risultati (con tutte le attenuanti del caso: la nostra indagine ha preso in considerazione un campione esiguo e non statisticamente rappresentativo) sono stati tutt’altro che confortanti, e hanno anzi messo in evidenza conoscenze storiche confuse, in certi casi al limite della fantapolitica.

Ci chiediamo: si tratta solo di ignoranza, di mancanza di interesse, di programmi scolastici arretrati? O sarebbe più corretto parlare di un disturbo collettivo della memoria, un oblio che deriva – come abbiamo più volte messo in evidenza in questo blog – dall’impossibilità di reintegrare in una narrazione collettiva una pagina di storia così densa di misteri e di segreti?

16 luglio 2010

Lo squarcio della stazione di Bologna monumento UNESCO per la Pace

di Daniele Salerno

Lo squarcio della sala d'attesa visto dal primo binario.

Ieri sera presso il Circolo Pavese si è tenuta la presentazione del documentario L’estate spezzata. A trent’anni dalla strage del 2 agosto 1980 di Vittorio Pastanella e Francesca Mozzi. Il documentario propone una serie di interviste ai sopravvissuti della strage e ai familiari delle vittime, una breve ricostruzione della tortuosa vicenda giudiziaria sulla strage con il racconto di Libero Mancuso e una testimonianza su quei giorni dell’allora sindaco di Bologna Renato Zangheri.

Nel dibattito che ha seguito la proiezione, Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione parenti delle vittime, ha annunciato che il 26 luglio alla stazione di Bologna si terrà una cerimonia con la quale lo squarcio e la lapide della sala d’attesa saranno dichiarati monumento UNESCO simbolo di pace.

Il riconoscimento UNESCO rientra nel programma Heritage for a Culture of Peace lanciato dall’agenzia ONU nel 2000 insieme al Decennio internazionale di promozione di una cultura della non violenza e della pace a profitto dei bambini del mondo (2001-2010). L’UNESCO riconosce così il messaggio simbolico e universale di un luogo sentito come proprio dalla città e che testimonia un evento che ha sconvolto la vita di centinaia di persone, uccidendone 85.
16 maggio 2010

Workshop “Memoria storica e cultura visuale” – Mercoledì 19 maggio, Facoltà di Scienze Politiche, Bologna

di Francesco Mazzucchelli

Che ruolo hanno le immagini nella trasmissione della memoria della nostra contemporaneità, nel fissare e condensare ciò che viene selezionato come memorabile?
Quale rapporto mantengono con l’idea di archivio e dunque con la scrittura della storia?

Questa giornata di studi pone a confronto studiosi provenienti da discipline diverse con chi le immagini le produce e vi lavora. Si intende così riflettere sulla specificità e l’efficacia delle immagini nel dibattito storico e semiotico contemporaneo e in quello archivistico e sulle loro differenze. Ma con gli artisti vorremmo discutere anche delle poetiche, degli obiettivi e delle strategie del processo creativo. Infine vorremo affrontare il tema degli effetti che le rappresentazioni e i diversi generi della testimonianza ottengono, nei diversi ambienti mediali in cui circolano.

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