Posts tagged ‘gender bender’

27 ottobre 2011

Nona edizione del Festival Gender Bender

di Daniele Salerno

Dal 29 ottobre al 5 novembre si terrà a Bologna la nona edizione del Festival Gender Bender, quest’anno intitolato La Traviata Norma. Si tratta di un omaggio all’Italia nel 150° dell’Unità e a Mario Mieli – storico esponente del movimento gay italiano -, come spiega il direttore artistico della manifestazione Daniele Del Pozzo:

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7 novembre 2010

Annie Leibovitz o la fabbrica del mito

di Daniele Salerno
 

 

La copertina di Rolling Stones uscita alla morte di John Lennon. La foto era stata scattata dalla Leibovitz cinque ore prima dell'omicidio

La scelta degli organizzatori di chiudere la rassegna del Festival Gender Bender con il documentario Annie Leibovitz: a Life through Lens (USA 2008, regia di Barbara Leibovitz) è stata decisamente felice. Attraverso l’occhio della fotografa americana Annie Leibovitz vediamo infatti tutti i protagonisti degli otto giorni di Festival, a chiudere perfettamente il cerchio delle proiezioni dei documentari: rivediamo così John Lennon e Burroughs, Yoko Ono, i Rolling Stones e Louise Bourgeois, protagonista della sessione precedente. E naturalmente ritroviamo Patti Smith che è apparsa in tutti i documentari sugli anni Sessanta, Settanta e Ottanta dandoci la straniante impressione che abbia passato gli ultimi anni seduta sulla stessa sedia, nello stesso posto davanti a una serie di registi in fila ad attendere il loro turno per registrare la sua testimonianza.

Il documentario ci fa entrare nel cuore stesso di una fabbrica del mito: una grande stanza in cui il curatore della sua ultima raccolta di foto aveva riunito e appeso gli scatti più significativi della sua carriera per procedere alla selezione. Ci troviamo in un luogo ideale da cui guardare tutto ciò che di significativo è successo negli ultimi cinquant’anni. Dal Watergate e alle immagini simbolo del presidente Nixon che lascia definitivamente la Casa Bianca, alla foto di John Lennon nudo abbracciato a Yoko Ono qualche ora prima di essere ucciso, fino naturalmente ai vari ritratti e copertine che hanno trasfigurato tanti personaggi dello star system consegnandoli definitivamente all’Olimpo della celebrità.

E naturalmente il suo soggetto prediletto fino alla morte: la compagna Susan Sontag. Colpiscono le foto del periodo della malattia e quelle sul letto di morte che emozionano lo spettatore che guarda e ascolta il racconto della Leibovitz in lacrime. Immagini che costruiscono anche un ideale dialogo tra la grande intellettuale – che tanto si è interrogata sulla fotografia, la rappresentazione del dolore degli altri e l’osceno (le riflessioni più citate nel recente convegno AISS sulla fotografia e intorno a cui noi stessi del Centro TraMe ci siamo interrogati) – e la compagna fotografa.

Susan Sontag

Le foto di Annie Leibovitz hanno costruito la memoria visiva del XX secolo e di parte del XXI secolo come pochissimi altri fotografi hanno fatto: nella maggior parte dei casi non si tratta di una memoria storica e documentaria, come quella di Robert Capa o di tutta la tradizione della concerned photography americana. Se si escludono le prime foto sul Watergate e quelle scattate nella ex Jugoslavia durante la guerra su spinta di Susan Sontag, si tratta soprattutto di una memoria trasfigurata dal mito, forse in questo molto più vicina alla tradizione europea. Miti che come tali hanno preso una propria vita persino rispetto allo stesso soggetto ritratto: la foto di Demi Moore incinta o di Arnold Schwarzenegger giovane body-builder sembrano staccarsi dalle stesse biografie dei soggetti ritratti e tratteggiano la forma di un’idea, dando corpo allo spirito del tempo.

Fra cinquant’anni probabilmente per sapere chi è quella donna incinta o quell’uomo muscoloso si dovrà andare a cercare il loro nome in qualche nota a piè di pagina. Il nome della Leibovitz, l’occhio invisibile che guarda, sarà invece lì a caratteri cubitali stampato in copertina.

7 novembre 2010

I teatri della memoria di Louise Bourgeois

di Daniele Salerno

Louise Borugeois fotografata da Annie Leibovitz

L’inizio del documentario Louise Bourgeois: the Spider, the Mistress, the Tangerine (USA 2010, regia di Marion Cajori e Amei Wallach) contiene, nella nenia musicale che accompagna i movimenti di camera attorno alle linee architettoniche di una delle installazioni di Bourgeois, il nodo biografico irrisolto da cui scaturiscono le sue opere: si tratta di Frère Jacques (in Italia conosciuta come Fra’ Martino campanaro), la canzone per l’infanzia per eccellenza in Francia, che però diviene nella versione di Gustav Mahler proposta nel documentario una marcia funebre. Ed è proprio della memoria sofferta dell’infanzia e dei suoi traumi che si nutre l’opera di Louise Bourgeois.

A quel nodo irrisolto dell’infanzia fa riferimento il titolo: il ragno (la madre), l’amante del padre e il mandarino (il padre stesso) sono i tre protagonisti delle sue opere, attorno ai quali ella costruisce un dramma personale, la scena di una gigantomachia che si consuma nell’inconscio ed emerge nelle sue opere. Vediamo  il volto della anziana artista francese, emigrata negli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale e morta qualche mese fa (a lei avevamo già dedicato un post) mentre lavora e si muove nel suo atelier: una carne tesa e nervosa, che a stento riesce a trattenere la propria rabbia (la passione che lei stessa dice animarla) e la propria tensione creativa.

L’artista racconta come il suo gesto artistico sia una evoluzione del gesto artigianale della madre sarta, che per far fissare i colori sulle tende immergeva i tessuti nell’acqua e poi li torceva: il gesto da cui scaturiscono molte opere della stessa Bourgeois. Vediamo il gesto del padre riprodotto dall’ormai anziana figlia: un gioco con la scorza del mandarino, l’intaglio della buccia e la creazione di figure. Un’altra tecnica che, dalla memoria della Bourgeois si trasforma e diviene gesto artistico, ma anche gesto memoriale: incorporazione del gesto della madre e del padre. Infine il ricordo dell’amante del padre, la vergogna che si prova di fronte alla gente, e le lacrime dell’anziana donna che ancora sente l’offesa paterna.  E infine vediamo le installazioni: la camera da letto dei genitori, riprodotta secondo le leggi della memoria, e il laboratorio della madre.

Queste opere non sarebbero così potenti se riproducessero soltanto la memoria visiva che Bourgeois conserva della propria infanzia: si tratta in realtà di dispositivi spaziali e visuali in cui lo spettatore viene collocato e in cui sono gli stessi meccanismi della memoria a essere riprodotti. Le installazioni di Bourgeois così non rappresentano soltanto la sua memoria, ma divengono il teatro interiore o lo schermo su cui proiettare il nostro stesso vissuto infantile. Il documentario con i movimenti di camera attorno alle opere riesce a darci quest’effetto: piazzandoci in una fessura della installazioni siamo costretti a guardare attraverso uno specchio distorcente il letto dei genitori, quasi a ricostruire una scena primaria in cui l’installazione ci costringe a rimpicciolirci all’altezza del bambino o della bambina che tutti siamo stati. E’ proprio questo che si sente quando la macchina da presa, sulle note di O Superman di Laurie Anderson (“Hello? This is your Mother. Are you there? Are you
coming home?”), si addentra tra le zampe dei ragni giganteschi della Bourgeois: la madre sarta che tesse e cura.

3 novembre 2010

Essere lesbica a Vienna nel dopoguerra: testimonianze e percorsi identitari in “Verliebt, Verzopft, Verwegen”

di Daniele Salerno

Il documentario Verliebt, Verzopft, Verwegen (Austria 2009) di Katharina Lampert e Cordula Thym, proiettato nella rassegna Soggettiva all’interno di Gender Bender, racconta la storia di tre lesbiche viennesi nate negli anni Quaranta. La storia del movimento lesbico austriaco è molto particolare perché molto particolare è stata la legislazione di quel paese fino al 1971: l’Austria è stato l’unico paese in Europa, come spiegavamo già nella recensione del libro R/esistenze lesbiche, ad avere nella sua legislazione una norma (il paragrago 129) che condannava anche gli atti sessuali tra donne.

Se per il legislatore nazista le lesbiche non sono mai esistite, per quello austriaco precedente e successivo all’Anschluss, le lesbiche esistevano ed erano contro-natura. E in quanto tali criminali. La criminalizzazione e medicalizzazione del soggetto lesbico arriva a un grado tale che le lesbiche sono l’unica categoria perseguitata dai nazisti che nel dopoguerra non otterrà per molti anni né lo statuto giuridico di vittima né risarcimento: in parte per il non riconoscimento della categoria di lesbica nell’universo concentrazionario, che non ne ha permesso neanche il riconoscimento in sede giudiziaria dato l’utilizzo nei tribunali del dopoguerra della tassonomia nazista (alle lesbiche era assegnato il triangolo nero, indicante in genere i soggetti “anti-sociali”, e non quello rosa, riservato agli omosessuali maschi) e in parte per la stessa legislazione austriaca che le riteneva, anche e soprattutto se riconosciute come lesbiche, soggetti giuridici non moralmente degni di risarcimento da parte dello Stato.

Su questo retaggio storico, che il bel documentario racconta solo in parte, sorgono le storie di tre lesbiche che vivono il loro percorso di conquista della propria identità dagli Sessanta in poi. Si badi che il documentario non si apre sulle tre testimonianze, ma su uno schermo nero e su una telefonata che si conclude con il rifiuto dell’interpellata a partecipare al documentario: la “discrezione”, giustificata in diversi modi, è uno dei motivi per cui donne “famose o sposate o spaventate” decidono di non testimoniare e di non dare alla loro identità lesbica una dimensione pubblica. Il nero e la voce anonima dei primi minuti lascia poi lo spazio alle immagini e alle voci emozionate delle tre testimoni.

Le tre storie rappresentano quindi dei percorsi di formazione di tre donne lesbiche ormai compiute e risolte nella loro identità, che per divenire ciò che sono hanno dovuto lottare non solo contro l’esterno (la legge, l’ostilità sociale, quella delle famiglie), ma anche contro una norma sociale interiorizzata che le faceva vergognare. Si raccontano dei luoghi di incontro e dei bar lesbici, in cui si andava spesso accompagnati da ragazzi gay: all’arrivo della polizia il lato lesbico e il lato gay si mescolavano così da creare coppie eterosessuali. L’apparente adesione a una immagine eterosessuale porta anche due delle tre a sposarsi e avere anche dei figli, trovando così rifugio e rispettabilità sociale nel doppio cognome (quello proprio e del marito). Si raccontano le fughe dall’Austria, verso il nord Europa e verso gli Stati Uniti, alla ricerca del sogno di vivere la propria identità. Ma si parla anche del disagio a volte vissuto all’interno della comunità lesbica: non c’è soltanto la dicotomia tra società e lesbica ma anche il disagio di soggetti singoli rispetto alla non capacità di aderire totalmente all’autorappresentazione che le lesbiche sembravano dare di loro stesse.

Le tre donne sono ormai in pensione, due vivono con le loro compagne e l’altra invece ha deciso di rimanere single e di dedicarsi alla politica (è attualmente portavoce del partito verde viennese). Le due giovani documentariste vedono nelle tre donne tre percorsi possibili di percorso e sviluppo della propria identità lesbica, continuando a vivere in una Vienna che, nel turbine della storia, si è ritrovata improvvisamente provincia. Pur non avendo ancora smesso l’abito imperiale.

 

1 novembre 2010

Anne Lister: il ritorno dall’oblio di una sorella di Shakespeare

di Daniele Salerno

Al terzo giorno della rassegna Soggettiva, Anne Lister è ormai divenuta una delle protagoniste del festival Gender Bender: migrando dalla fiction BBC al documentario The real Anne Lister (Matthew Hill, 2010), la figura ha assunto spessore storico e fascino e soprattutto si conferma come un caso interessante di studio.

Il documentario ha al centro soprattutto l’avventura, lunga due secoli, dei diari della donna. Anne Lister (1791-1840) vive negli anni della Reggenza (quelli che precedono il periodo vittoriano) e il suo diario ha dimensioni notevoli (quattro milioni di parole), divenendo oggi di fatto uno dei documenti più importanti sull’Inghilterra dei primi anni della Rivoluzione industriale. Parte dei suoi diari è scritta in codice: si tratta soprattutto delle parti relative alle sue relazioni sentimentali e sessuali con diverse donne dello Yorkshire. Morta in Russia per una puntura di zecca, i suoi diari restano chiusi per anni nella dimora della famiglia Lister, finché negli anni Trenta (mentre in Inghilterra è vivo lo scandalo per la pubblicazione del romanzo lesbico Il pozzo della solitudine) il suo discendente John Lister, non li trova. John Lister chiede a un suo amico di decifrare il diario e ciò che ne viene fuori è l’identità lesbica dell’antenata: John Lister è omosessuale in un periodo in cui essere gay è reato e in cui le spiegazioni genetiche dell’omosessualità sono le più accreditate. Lister decide di chiudere i diari nei sotterranei della dimora di famiglia e di tenerli lontani da occhi indiscreti.

I diari torneranno fuori nel 1960. Anche in questo caso però il diario viene occultato e la sua pubblicazione vietata: la municipalità di Halifax ritiene il testo un’onta per la città. Bisognerà aspettare gli anni Ottanta quando dopo decenni di studio le ricercatrici Reynolds e Vickery non decritteranno tutto il testo e lo daranno alle stampe.

Le pagine della Lister rappresentano il controcanto alle educazioni sentimentali fatte di “sentimental friendships” di Jane Austen e delle conterranee (e altrettanto sfortunate) sorelle Bronte. Ma rappresentano anche un documento prezioso per comprendere due aspetti che abbiamo già evidenziato nella recensione della fiction: l’uso del linguaggio per gay e lesbiche in società in cui non c’è possibilità di esprimere e vivere i propri desideri e soprattutto un esempio incredibilmente eloquente sui processi di costruzione della memoria culturale.

Sul lato del linguaggio, come si dice in un passaggio del documentario, siamo di fronte per la cultura lesbica a una stele di Rosetta, cioè a un testo che può illuminare e fare da traduzione rispetto a fenomeni da sempre rimasti in ombra: l’educazione sentimentale, la crescita e la consapevolezza (o la mancanza di consapevolezza) rispetto alla propria identità di lesbica di scrittrici e artiste.

Sul lato della memoria culturale il caso dei diari di Anne Lister è uno straordinario esempio di oblio e recupero dei testi come spiegato da Aleida Assman Umberto Eco: esistono nella cultura dei filtri (la censura e l’autocensura prima di tutto o i meccanismi istituzionali del segreto) che respingono testi e testimonianze del passato nell’ombra degli archivi e a un passo dall’oblio definitivo (i diari di Anne Lister stavano per essere dati alle fiamme dal suo discendente John e oggi, se questo fosse avvenuto, non staremmo qui a parlarne). Ci sono dei momenti storici in cui questi filtri richiamano questi testi dal passato e li inseriscono in una narrazione, facendoli rientrare nella memoria culturale di un’epoca: è il caso di Anne Lister (ma forse quest’anno è stato anche il caso di Ipazia, con il film di Alejandro Amenabar).

Come ha detto nell’introduzione al film la ricercatrice Maria Micaela Coppola riprendendo un famoso passaggio di Una stanza tutta per sè di Virginia Woolf, siamo di fronte a una delle sorelle di Shakespeare dimenticate dalla storia a cui d’un tratto viene ridata voce. Nel caso di Anne Lister grazie a una identità lesbica culturalmente e storicamente definitasi lungo il XX secolo. Esistono probabilmente molte Anne Lister consegnate definitivamente all’oblio, di cui non sapremo nulla. E molte sono forse le voci zittite tra le righe del canone. O più semplicemente esiste un silenzio della critica su artiste lesbiche o poetesse che noi, nel presente, potremmo rompere (segnalo sull’argomento l’articolo di Cecilia Bello Minciacchi Femminile resistente. La poesia delle donne oggi sul numero 3 di alfabeta2)

31 ottobre 2010

A walk on the pop side of history: il documentario ‘Girls and Boys’ di Jeff Simpson

di Daniele Salerno

Il documentario Girls and Boys (BBC 2008) di Jeff Simpson racconta in quattro parti, in maniera divertente e incalzante, la storia della musica pop britannica dagli anni 60 ai 90 e nel farlo ci restituisce una immagine eccentrica (queer) della storia della seconda metà del XX secolo. Eccentrica soprattutto per due motivi. Prima di tutto perché è la storia vista a partire dai rapporti di genere;  poi perché riesce a suggerire inedite correlazioni tra musica pop, costumi e sfera politica che forse nelle canoniche narrazioni storiche non saremmo pronti ad accettare.

In una sequenza in questo senso emblematica, contenuta nella sezione sugli anni Settanta, si vede nel montaggio come la rappresentazione della donna (“la donna con le palle”) nel pop e nei gruppi britannici – uno degli esiti della rivoluzione iniziata con i Beatles e continuata con il glam rock – sfoci proprio sul finire dei Settanta con l’arrivo della Iron Lady. Il montaggio sembra suggerire che il campione del conservatorismo inglese (e forse mondiale con Ronald Reagan), la prima e unica donna ad aver raggiunto il vertice della politica britannica, potesse essere uno degli esiti del radicalismo della pop culture britannica dei Sessanta e Settanta che aveva completamente cambiato la rappresentazione della mascolinità e della femminilità nella società inglese. Paradossalmente la rottura radicale del vecchio sistema patriarcale della relazione uomo-donna, sembra suggerire il documentario, ha prodotto la punta più estrema del conservatorismo inglese: la prima donna capo del governo britannica.

Con la stessa chiave interpretativa pare vengano letti gli anni Sessanta: il movimento del ’68 penetra appena nella narrazione, attraverso le note del nascente glam rock. Proprio perché il movimento politico è letto, nella chiave che ne dà il documentario, come una conseguenza del cambiamento imposto dai nuovi modelli che la musica pop proponeva.

Domani verranno proiettate le parti del documentario dedicate agli anni Ottanta e Novanta.

31 ottobre 2010

“Can you name your sentiment, Miss Lister?” Linguaggio e genealogia del soggetto lesbico

di Daniele Salerno

The secret diaries of Miss Anne Lister (BBC 2010) è un film in costume ambientato nel XIX secolo. Anne Lister (1791-1840) è una giovane ereditiera dello Yorkshire con nessuna intenzione di prendere marito e soprattutto innamorata, e ricambiata, di Marianne Belcombe.

Il rapporto tra le due si interrompe però a causa del matrimonio con un un anziano e ricco vedovo. Anne si getta così nello studio del francese, del greco e dell’algebra: da queste due ultime discipline trarrà spunto per creare un codice con cui scrivere il suo diario segreto. Il codice le serve per nascondere e rendere inaccessibili alla lettura sia il diario che la corrispondenza con Marianne. Dopo un tormentato riavvicinamento tra le due e la promessa di vivere per sempre insieme, Marianne ritorna dal marito. Fino al matrimonio con Ann Walker che sfida il moralismo della piccola Halifax…

Il film rappresenta un tassello di quel processo di costruzione di una genealogia del soggetto lesbico di cui già abbiamo parlato in questo post. Parla però anche di un altro elemento: il linguaggio. All’inizio del film una vecchia signora interroga Ann Lister circa il rapporto che la lega a una giovane della città e di cui Ann si era invaghita. Le chiede: “Può dare un nome ai suoi sentimenti, Miss Lister?”. La risposta è no. Anne deve forgiare il proprio linguaggio per difendersi e per nominare ciò che la società del tempo non le permette di nominare. Strategie di codifica, ma anche più generalmente discorsive (perifrasi, evitamento delle declinazioni di genere nel caso delle lingue romanze) analizzate in una analisi semiotica di una poesia di Kavafis da Christopher Whyte qualche anno fa.

Per chi abbia perso il film ma voglia saperne di più su Anne Lister segnaliamo il documentario di lunedì 1 novembre The real Anne Lister.

26 ottobre 2010

Ottava edizione del festival internazionale Gender Bender

di Daniele Salerno

Dal 30 ottobre al 6 novembre a Bologna si terrà l’ottava edizione del festival internazionale Gender Bender. Il tema di quest’anno è top of the pop: una escursione nella popular culture – e soprattutto nella pop music – dagli anni ’60 a oggi.

Il Centro TRAME ha deciso di coprire alcuni di questi eventi, sia nel blog che sul suo sito istituzionale. In particolare abbiamo individuato tre percorsi all’interno del festival, che ci permettono di approfondire alcune recenti riflessioni fatte proprio sul nostro blog.

In primo percorso riguarda il processo di costruzione di una memoria delle lesbiche, un argomento affrontato nella recensione del libro R/esistenze lesbiche. Il festival proporrà il film Verliebt, Verzopft, Verwegen di Katharina Lampert e Cordula Thym (2 novembre ore 18:30). Si tratta di una ricostruzione della vita delle lesbiche viennesi appena uscite dal secondo conflitto mondiale. Proprio a un processo di rivisitazione del passato e di costruzione di una memoria storica dell’identità lesbica vanno ricondotte le recenti ricerche su Anne Lister. Sulla sua storia il festival propone il film in costume The Secret Diaries of Miss Anne Lister (30 ottobre ore 20:30) e The real Anne Lister (1 novembre ore 18:30).

Il secondo percorso riguarda il rapporto tra memoria e popular culture. Il documentario di Jeff Simpson sulla storia della pop music dagli anni ’60 ai ’90 farà una lunga carrellata sul tema (il 30 ottobre verranno proiettate le sezioni sugli anni ’60 e ’70, il 31 ottobre invece quelle sugli anni ’80 e ’90. Inizio sempre alle 18:30). Il documentario William Burroughs: a man within ci permetterà invece di entrare nell’epoca della beat generation attraverso le testimonianze di John Waters, Laurie Anderson, Patti Smith, Iggy Pop, Allen Ginsberg e Andy Warhol.

All’arte contemporanea è dedicata invece l’opera Louise Bourgeois: the Spider, the Mistress, the Tangerine (qualche mese fa avevamo dedicato un post proprio all’artista francese). Segnaliamo infine il documentario su una fotografa che ha segnato la memoria visiva degli ultimi quarant’anni e che ha intrecciato la propria attività di fotografa con la riflessione della compagna Susan Sontag: Annie Leibovitz. A life through lens.

Il festival si aprirà con un ricordo di Marcella Di Folco, scomparsa il mese scorso. A lei, che ha attraversato metà del secolo scorso prima nel cinema (con Fellini e Rossellini) e poi nella battaglia per i diritti delle persone transessuali, verrà dedicato un piccolo video omaggio all’apertura ufficiale del festival (31 ottobre ore 20:30).

Tutte le proiezioni si terranno presso il cinema Lumière (via Azzo Gardino, 65a). Sul sito del festival potete trovare il programma completo.

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