Posts tagged ‘oblio’

26 novembre 2015

Negotiating Amnesia: il colonialismo dimenticato

di Francesco Mazzucchelli

negotiating_“Negotiating Amnesia” è  un progetto artistico di Alessandra Ferrini che esplora il retaggio di una pagina buia e poco esplorata della nostra storia: il colonialismo italiano. Nella mostra personale l’artista si sofferma in particolare sui legami tra imperialismo e fascismo attraverso l’analisi di fondi fotografici dell’Archivio Alinari sulla Guerra d’Etiopia del 1935-36.

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19 novembre 2012

La mia bandiera: per una storia completa della Resistenza antifascista

di Andrea Hajek

Parlando della memoria privata del ’68 in Italia, John Foot ha sostenuto – nel suo contributo al ricco volume Memories of 1968 del 2008 – che alcuni silenzi individuali, collettivi e storici si fondano su aspettative rispetto a ciò che andrebbe ricordato o, al contrario, dimenticato.

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11 febbraio 2012

“I conti con il passato”, un libro di Pier Paolo Portinaro

di Francesco Mazzucchelli

Questo documentatissimo ma agile lavoro di Pier Paolo Portinaro fornisce una esauriente introduzione a quella che è diventata oggi una delle questioni più pressanti della politica interna e internazionale: come trovare una via d’uscita, condivisibile giuridicamente, politicamente e socialmente, da una guerra civile o da un regime totalitario? Come ricomporre le divisioni, gli odi ancora vivi, le memorie contrastanti e le spinte alla dimenticanza che caratterizzano ogni fase di post-conflitto? E, soprattutto, può questa fase di ricomposizione e riconciliazione, che deve pur tener conto di esigenze di risarcimenti e di accertamenti di responsabilità, essere delegata interamente allo strumento giudiziario?

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7 settembre 2011

Dimenticare l’11 settembre?

di Daniele Salerno

Sul numero di questa settimana di Internazionale troviamo un interessante articolo di David Rieff dal titolo Dimenticare l’11 settembre. Rieff si chiede:

A che serve davvero una memoria collettiva come quella che s’invocherà nelle commemorazioni dell’11 settembre, e quali sono i suoi rischi? Per rispondere dovremo prendere in considerazione un’ipotesi moralmente e psicologicamente sgradevole, e cioè che in certi momenti e in determinati contesti, dimenticare potrebbe essere preferibile a ricordare.

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24 agosto 2011

La damnatio memoriae su Gheddafi nell’epoca di Google

di Daniele Salerno

Google Maps ha rinominato la piazza centrale di Tripoli, un tempo chiamata Piazza Verde. Ora il luogo si chiama Piazza dei Martiri, secondo la volontà espressa dagli insorti. L’affermazione riportata sulla mappa è l’ultima recensione scritta sul luogo (su google map si possono recensire i luoghi mappati). Nella quarantina di recensioni scritte sulla pagina dedicata alla piazza, si possono leggere diversi ringraziamenti a Google e alcune critiche al motore di ricerca. La pagina Google su Piazza dei Martiri/Piazza Verde è diventata così un luogo di simbolico conflitto, continuazione del “reale” conflitto libico:

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13 novembre 2010

La cultura dimenticata

di Francesco Mazzucchelli

Anche le collettività, come gli individui, dimenticano.

La dimenticanza – l’oblio – è un momento essenziale e centrale nel funzionamento della memoria collettiva, che è sempre dialettica tra conservazione e cancellazione. Ma cosa succede quando l’oblio è una scelta politica? O una conseguenza determinata da scelte politiche? Esiste certamente un oblio ideologico, un “dover dimenticare”. Esiste però anche una “disattenzione ideologica”, un “non è importante ricordare”. Una dimenticanza che è  incuria del senso, che è negazione di un valore. Un oblio patologico, verrebbe da dire. A volte capita di dimenticarsi di cose importanti. A volte qualcuno fa di tutto per farcele dimenticare.

L’ultima legge finanziaria che sta per essere approvata in parlamento stabilisce che nessun ente locale nel 2011 potrà investire per spese di rappresentanza più del 20% di quanto impiegato nel 2009. Cosa significa è presto detto: tagli, dell’80%, per l’organizzazione di mostre d’arte (che rientrano tra le “spese di rappresentanza”).

Quadro "velato" per protesta al museo Morandi di Bologna

I musei di Bologna hanno inscenato ieri una performance di protesta contro la decisione di questo governo di tagliare indiscriminatamente la cultura: musei aperti ma opere d’arte velate. L’arte c’è, ma non si vede. Listata a lutto, ricoperta da un sudario, nascosta alla vista di fronte al rischio della sua definitiva invisibilità, della sua sparizione, del suo oblio. Una messa in scena di un’amnesia indotta.

Aggiornamento: Domani toccherà invece ad alcune biblioteche cittadine che, per protestare contro la Finanziaria, rimarranno aperte di domenica. L’iniziativa, lanciata dal collettivo Bibliotecari necessari, si svolgerà all’interno della biblioteca dellIstituto Gramsci, di quella dellIstituto Storico Parri e del Centro di documentazione “Il Cassero”, e prevede una maratona di lettura a cui parteciperanno alcuni scrittori firmatari di un appello contro i tagli, tra cui Pino Cacucci, Valerio Evangelisti e Stefano Tassinari. La settimana prossima sarà il mondo della formazione a scendere in campo contro i tagli alla cultura e a scuola e università decisi dalla finanziaria: il 15 novembre con un Flash Mob sotto le due torri organizzato dal CPU (coordinamento precari universitari) e il 17 novembre con una larga adesione alla giornata nazionale di mobilitazione per protestare contro i continui tagli all’istruzione e alla ricerca.

1 novembre 2010

Anne Lister: il ritorno dall’oblio di una sorella di Shakespeare

di Daniele Salerno

Al terzo giorno della rassegna Soggettiva, Anne Lister è ormai divenuta una delle protagoniste del festival Gender Bender: migrando dalla fiction BBC al documentario The real Anne Lister (Matthew Hill, 2010), la figura ha assunto spessore storico e fascino e soprattutto si conferma come un caso interessante di studio.

Il documentario ha al centro soprattutto l’avventura, lunga due secoli, dei diari della donna. Anne Lister (1791-1840) vive negli anni della Reggenza (quelli che precedono il periodo vittoriano) e il suo diario ha dimensioni notevoli (quattro milioni di parole), divenendo oggi di fatto uno dei documenti più importanti sull’Inghilterra dei primi anni della Rivoluzione industriale. Parte dei suoi diari è scritta in codice: si tratta soprattutto delle parti relative alle sue relazioni sentimentali e sessuali con diverse donne dello Yorkshire. Morta in Russia per una puntura di zecca, i suoi diari restano chiusi per anni nella dimora della famiglia Lister, finché negli anni Trenta (mentre in Inghilterra è vivo lo scandalo per la pubblicazione del romanzo lesbico Il pozzo della solitudine) il suo discendente John Lister, non li trova. John Lister chiede a un suo amico di decifrare il diario e ciò che ne viene fuori è l’identità lesbica dell’antenata: John Lister è omosessuale in un periodo in cui essere gay è reato e in cui le spiegazioni genetiche dell’omosessualità sono le più accreditate. Lister decide di chiudere i diari nei sotterranei della dimora di famiglia e di tenerli lontani da occhi indiscreti.

I diari torneranno fuori nel 1960. Anche in questo caso però il diario viene occultato e la sua pubblicazione vietata: la municipalità di Halifax ritiene il testo un’onta per la città. Bisognerà aspettare gli anni Ottanta quando dopo decenni di studio le ricercatrici Reynolds e Vickery non decritteranno tutto il testo e lo daranno alle stampe.

Le pagine della Lister rappresentano il controcanto alle educazioni sentimentali fatte di “sentimental friendships” di Jane Austen e delle conterranee (e altrettanto sfortunate) sorelle Bronte. Ma rappresentano anche un documento prezioso per comprendere due aspetti che abbiamo già evidenziato nella recensione della fiction: l’uso del linguaggio per gay e lesbiche in società in cui non c’è possibilità di esprimere e vivere i propri desideri e soprattutto un esempio incredibilmente eloquente sui processi di costruzione della memoria culturale.

Sul lato del linguaggio, come si dice in un passaggio del documentario, siamo di fronte per la cultura lesbica a una stele di Rosetta, cioè a un testo che può illuminare e fare da traduzione rispetto a fenomeni da sempre rimasti in ombra: l’educazione sentimentale, la crescita e la consapevolezza (o la mancanza di consapevolezza) rispetto alla propria identità di lesbica di scrittrici e artiste.

Sul lato della memoria culturale il caso dei diari di Anne Lister è uno straordinario esempio di oblio e recupero dei testi come spiegato da Aleida Assman Umberto Eco: esistono nella cultura dei filtri (la censura e l’autocensura prima di tutto o i meccanismi istituzionali del segreto) che respingono testi e testimonianze del passato nell’ombra degli archivi e a un passo dall’oblio definitivo (i diari di Anne Lister stavano per essere dati alle fiamme dal suo discendente John e oggi, se questo fosse avvenuto, non staremmo qui a parlarne). Ci sono dei momenti storici in cui questi filtri richiamano questi testi dal passato e li inseriscono in una narrazione, facendoli rientrare nella memoria culturale di un’epoca: è il caso di Anne Lister (ma forse quest’anno è stato anche il caso di Ipazia, con il film di Alejandro Amenabar).

Come ha detto nell’introduzione al film la ricercatrice Maria Micaela Coppola riprendendo un famoso passaggio di Una stanza tutta per sè di Virginia Woolf, siamo di fronte a una delle sorelle di Shakespeare dimenticate dalla storia a cui d’un tratto viene ridata voce. Nel caso di Anne Lister grazie a una identità lesbica culturalmente e storicamente definitasi lungo il XX secolo. Esistono probabilmente molte Anne Lister consegnate definitivamente all’oblio, di cui non sapremo nulla. E molte sono forse le voci zittite tra le righe del canone. O più semplicemente esiste un silenzio della critica su artiste lesbiche o poetesse che noi, nel presente, potremmo rompere (segnalo sull’argomento l’articolo di Cecilia Bello Minciacchi Femminile resistente. La poesia delle donne oggi sul numero 3 di alfabeta2)

20 ottobre 2010

Il dibattito sul negazionismo: se la legge regola il ricordo

di Daniele Salerno

Il dibattito sul negazionismo riapre il problema del rapporto tra memoria e legge, soprattutto quando la prima investe le dinamiche della giustizia. Per fermarci al solo problema dell’amnistia, è la parola stessa che ci segnala lo stretto legame tra ricordo, oblio e pena: l’amnistia è un atto d’oblio istituzionale, spesso disposto a seguito di cambiamenti epocali (fine di dittature o di guerre civili) e finalizzato ad accelerare un processo di riconciliazione sociale. Rimane in questo senso celebre la formula usata da Enrico IV nell’Editto di Nantes del 1598 a chiusura delle guerre di religione: “Che la memoria di tutte le cose passate dal marzo 1585 così come di tutte le sofferenze precedenti siano spente e assopite come fossero una cosa non avvenuta”. Per arrivare ai casi più recenti ricordiamo in Spagna il pacto del olvido (patto dell’oblio), seguito alla fine della dittatura franchista. Recentemente tale patto è venuto meno, in seguito al dissotterramento dei morti della guerra civile disposto dalle sentenze del giudice Garzon.

E’ possibile fissare istituzionalmente gli atti di memoria e di oblio? Ed è possibile regolare i modi in cui si ricordano degli eventi storici passati, spesso dolorosi, vietandone per legge alcune versioni, seppur aberranti?

E’ questo il caso del negazionismo e della proposta di penalizzazione: in questo caso non si ordina l’oblio, ma si vieta la possibilità di negare l’esistenza storica del genocidio operato dai nazisti per legge. In seguito al caso del professore negazionista di Teramo che a lezione ha definito la Shoah “una montatura”, il Presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici ha infatti proposto la penalizzazione del negazionismo. A questa richiesta hanno risposto positivamente i presidenti di Camera e Senato, avanzando già l’ipotesi di una calendarizzazione della legge che ne permetta l’approvazione per il giorno della memoria il 27 gennaio 2011. La proposta di Pacifici ha trovato invece la resistenza di molti storici. Ci limitiamo a segnalare due prese di posizioni: quella di Sergio Luzzatto sul Sole 24 ore di domenica e di Adriano Prosperi su Repubblica. A questa si è aggiunta la posizione ufficiale dell’Osservatore Romano che ha parlato in questo caso di una forma di censura incompatibile con la democrazia.

13 ottobre 2010

Presentazione del libro “Io non dimentico”, Bologna, Galleria Acquaderni (libreria Feltrinelli) 14 ottobre, ore 18

di Francesco Mazzucchelli

Questa sera, alle ore 18, alla Feltrinelli di Piazza Ravegnana di Bologna verrà presentato il libro Io non dimentico, un’iniziativa editoriale a cura della redazione bolognese di La Repubblica e pubblicato da Feltrinelli. Il libro raccoglie alcune testimonianze sulla strage di Bologna inviate dai lettori di Repubblica: racconti individuali che ci offrono una prospettiva soggettiva su quello che resta uno degli episodi più tragici e oscuri della storia del nostro paese. Le testimonianze sono introdotte da un racconto inedito di Stefano Benni a partire dal suo personale ricordo della strage. Qui lo speciale on line.

Intanto, sempre Repubblica in questi giorni sta promuovendo un documentario – prodotto dall’Associazione Pereira e Arcoiris Tv, in collaborazione coi Modena City Ramblers – in cui a parlare sono questa volta non i testimoni diretti della strage, ma le nuove generazioni: giovani bolognesi tra cui molti studenti. Le conclusioni: gran parte dei giovani sa poco o nulla di quanto successe il 2 agosto e per molti gli autori della strage furono i brigatisti rossi.

Anche il nostro centro, qualche mese fa, ha tentato una piccola ricognizione nel campo delle post-memorie (così vengono definite le memorie di chi non ha partecipato da testimone “contemporaneo” ad un determinato evento) della strage, basandosi su un campione di studenti del dipartimento di comunicazione dell’università di Bologna. Anche in questo caso, i risultati (con tutte le attenuanti del caso: la nostra indagine ha preso in considerazione un campione esiguo e non statisticamente rappresentativo) sono stati tutt’altro che confortanti, e hanno anzi messo in evidenza conoscenze storiche confuse, in certi casi al limite della fantapolitica.

Ci chiediamo: si tratta solo di ignoranza, di mancanza di interesse, di programmi scolastici arretrati? O sarebbe più corretto parlare di un disturbo collettivo della memoria, un oblio che deriva – come abbiamo più volte messo in evidenza in questo blog – dall’impossibilità di reintegrare in una narrazione collettiva una pagina di storia così densa di misteri e di segreti?

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