Posts tagged ‘soggettiva’

3 novembre 2010

Essere lesbica a Vienna nel dopoguerra: testimonianze e percorsi identitari in “Verliebt, Verzopft, Verwegen”

di Daniele Salerno

Il documentario Verliebt, Verzopft, Verwegen (Austria 2009) di Katharina Lampert e Cordula Thym, proiettato nella rassegna Soggettiva all’interno di Gender Bender, racconta la storia di tre lesbiche viennesi nate negli anni Quaranta. La storia del movimento lesbico austriaco è molto particolare perché molto particolare è stata la legislazione di quel paese fino al 1971: l’Austria è stato l’unico paese in Europa, come spiegavamo già nella recensione del libro R/esistenze lesbiche, ad avere nella sua legislazione una norma (il paragrago 129) che condannava anche gli atti sessuali tra donne.

Se per il legislatore nazista le lesbiche non sono mai esistite, per quello austriaco precedente e successivo all’Anschluss, le lesbiche esistevano ed erano contro-natura. E in quanto tali criminali. La criminalizzazione e medicalizzazione del soggetto lesbico arriva a un grado tale che le lesbiche sono l’unica categoria perseguitata dai nazisti che nel dopoguerra non otterrà per molti anni né lo statuto giuridico di vittima né risarcimento: in parte per il non riconoscimento della categoria di lesbica nell’universo concentrazionario, che non ne ha permesso neanche il riconoscimento in sede giudiziaria dato l’utilizzo nei tribunali del dopoguerra della tassonomia nazista (alle lesbiche era assegnato il triangolo nero, indicante in genere i soggetti “anti-sociali”, e non quello rosa, riservato agli omosessuali maschi) e in parte per la stessa legislazione austriaca che le riteneva, anche e soprattutto se riconosciute come lesbiche, soggetti giuridici non moralmente degni di risarcimento da parte dello Stato.

Su questo retaggio storico, che il bel documentario racconta solo in parte, sorgono le storie di tre lesbiche che vivono il loro percorso di conquista della propria identità dagli Sessanta in poi. Si badi che il documentario non si apre sulle tre testimonianze, ma su uno schermo nero e su una telefonata che si conclude con il rifiuto dell’interpellata a partecipare al documentario: la “discrezione”, giustificata in diversi modi, è uno dei motivi per cui donne “famose o sposate o spaventate” decidono di non testimoniare e di non dare alla loro identità lesbica una dimensione pubblica. Il nero e la voce anonima dei primi minuti lascia poi lo spazio alle immagini e alle voci emozionate delle tre testimoni.

Le tre storie rappresentano quindi dei percorsi di formazione di tre donne lesbiche ormai compiute e risolte nella loro identità, che per divenire ciò che sono hanno dovuto lottare non solo contro l’esterno (la legge, l’ostilità sociale, quella delle famiglie), ma anche contro una norma sociale interiorizzata che le faceva vergognare. Si raccontano dei luoghi di incontro e dei bar lesbici, in cui si andava spesso accompagnati da ragazzi gay: all’arrivo della polizia il lato lesbico e il lato gay si mescolavano così da creare coppie eterosessuali. L’apparente adesione a una immagine eterosessuale porta anche due delle tre a sposarsi e avere anche dei figli, trovando così rifugio e rispettabilità sociale nel doppio cognome (quello proprio e del marito). Si raccontano le fughe dall’Austria, verso il nord Europa e verso gli Stati Uniti, alla ricerca del sogno di vivere la propria identità. Ma si parla anche del disagio a volte vissuto all’interno della comunità lesbica: non c’è soltanto la dicotomia tra società e lesbica ma anche il disagio di soggetti singoli rispetto alla non capacità di aderire totalmente all’autorappresentazione che le lesbiche sembravano dare di loro stesse.

Le tre donne sono ormai in pensione, due vivono con le loro compagne e l’altra invece ha deciso di rimanere single e di dedicarsi alla politica (è attualmente portavoce del partito verde viennese). Le due giovani documentariste vedono nelle tre donne tre percorsi possibili di percorso e sviluppo della propria identità lesbica, continuando a vivere in una Vienna che, nel turbine della storia, si è ritrovata improvvisamente provincia. Pur non avendo ancora smesso l’abito imperiale.

 

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1 novembre 2010

Anne Lister: il ritorno dall’oblio di una sorella di Shakespeare

di Daniele Salerno

Al terzo giorno della rassegna Soggettiva, Anne Lister è ormai divenuta una delle protagoniste del festival Gender Bender: migrando dalla fiction BBC al documentario The real Anne Lister (Matthew Hill, 2010), la figura ha assunto spessore storico e fascino e soprattutto si conferma come un caso interessante di studio.

Il documentario ha al centro soprattutto l’avventura, lunga due secoli, dei diari della donna. Anne Lister (1791-1840) vive negli anni della Reggenza (quelli che precedono il periodo vittoriano) e il suo diario ha dimensioni notevoli (quattro milioni di parole), divenendo oggi di fatto uno dei documenti più importanti sull’Inghilterra dei primi anni della Rivoluzione industriale. Parte dei suoi diari è scritta in codice: si tratta soprattutto delle parti relative alle sue relazioni sentimentali e sessuali con diverse donne dello Yorkshire. Morta in Russia per una puntura di zecca, i suoi diari restano chiusi per anni nella dimora della famiglia Lister, finché negli anni Trenta (mentre in Inghilterra è vivo lo scandalo per la pubblicazione del romanzo lesbico Il pozzo della solitudine) il suo discendente John Lister, non li trova. John Lister chiede a un suo amico di decifrare il diario e ciò che ne viene fuori è l’identità lesbica dell’antenata: John Lister è omosessuale in un periodo in cui essere gay è reato e in cui le spiegazioni genetiche dell’omosessualità sono le più accreditate. Lister decide di chiudere i diari nei sotterranei della dimora di famiglia e di tenerli lontani da occhi indiscreti.

I diari torneranno fuori nel 1960. Anche in questo caso però il diario viene occultato e la sua pubblicazione vietata: la municipalità di Halifax ritiene il testo un’onta per la città. Bisognerà aspettare gli anni Ottanta quando dopo decenni di studio le ricercatrici Reynolds e Vickery non decritteranno tutto il testo e lo daranno alle stampe.

Le pagine della Lister rappresentano il controcanto alle educazioni sentimentali fatte di “sentimental friendships” di Jane Austen e delle conterranee (e altrettanto sfortunate) sorelle Bronte. Ma rappresentano anche un documento prezioso per comprendere due aspetti che abbiamo già evidenziato nella recensione della fiction: l’uso del linguaggio per gay e lesbiche in società in cui non c’è possibilità di esprimere e vivere i propri desideri e soprattutto un esempio incredibilmente eloquente sui processi di costruzione della memoria culturale.

Sul lato del linguaggio, come si dice in un passaggio del documentario, siamo di fronte per la cultura lesbica a una stele di Rosetta, cioè a un testo che può illuminare e fare da traduzione rispetto a fenomeni da sempre rimasti in ombra: l’educazione sentimentale, la crescita e la consapevolezza (o la mancanza di consapevolezza) rispetto alla propria identità di lesbica di scrittrici e artiste.

Sul lato della memoria culturale il caso dei diari di Anne Lister è uno straordinario esempio di oblio e recupero dei testi come spiegato da Aleida Assman Umberto Eco: esistono nella cultura dei filtri (la censura e l’autocensura prima di tutto o i meccanismi istituzionali del segreto) che respingono testi e testimonianze del passato nell’ombra degli archivi e a un passo dall’oblio definitivo (i diari di Anne Lister stavano per essere dati alle fiamme dal suo discendente John e oggi, se questo fosse avvenuto, non staremmo qui a parlarne). Ci sono dei momenti storici in cui questi filtri richiamano questi testi dal passato e li inseriscono in una narrazione, facendoli rientrare nella memoria culturale di un’epoca: è il caso di Anne Lister (ma forse quest’anno è stato anche il caso di Ipazia, con il film di Alejandro Amenabar).

Come ha detto nell’introduzione al film la ricercatrice Maria Micaela Coppola riprendendo un famoso passaggio di Una stanza tutta per sè di Virginia Woolf, siamo di fronte a una delle sorelle di Shakespeare dimenticate dalla storia a cui d’un tratto viene ridata voce. Nel caso di Anne Lister grazie a una identità lesbica culturalmente e storicamente definitasi lungo il XX secolo. Esistono probabilmente molte Anne Lister consegnate definitivamente all’oblio, di cui non sapremo nulla. E molte sono forse le voci zittite tra le righe del canone. O più semplicemente esiste un silenzio della critica su artiste lesbiche o poetesse che noi, nel presente, potremmo rompere (segnalo sull’argomento l’articolo di Cecilia Bello Minciacchi Femminile resistente. La poesia delle donne oggi sul numero 3 di alfabeta2)

31 ottobre 2010

“Can you name your sentiment, Miss Lister?” Linguaggio e genealogia del soggetto lesbico

di Daniele Salerno

The secret diaries of Miss Anne Lister (BBC 2010) è un film in costume ambientato nel XIX secolo. Anne Lister (1791-1840) è una giovane ereditiera dello Yorkshire con nessuna intenzione di prendere marito e soprattutto innamorata, e ricambiata, di Marianne Belcombe.

Il rapporto tra le due si interrompe però a causa del matrimonio con un un anziano e ricco vedovo. Anne si getta così nello studio del francese, del greco e dell’algebra: da queste due ultime discipline trarrà spunto per creare un codice con cui scrivere il suo diario segreto. Il codice le serve per nascondere e rendere inaccessibili alla lettura sia il diario che la corrispondenza con Marianne. Dopo un tormentato riavvicinamento tra le due e la promessa di vivere per sempre insieme, Marianne ritorna dal marito. Fino al matrimonio con Ann Walker che sfida il moralismo della piccola Halifax…

Il film rappresenta un tassello di quel processo di costruzione di una genealogia del soggetto lesbico di cui già abbiamo parlato in questo post. Parla però anche di un altro elemento: il linguaggio. All’inizio del film una vecchia signora interroga Ann Lister circa il rapporto che la lega a una giovane della città e di cui Ann si era invaghita. Le chiede: “Può dare un nome ai suoi sentimenti, Miss Lister?”. La risposta è no. Anne deve forgiare il proprio linguaggio per difendersi e per nominare ciò che la società del tempo non le permette di nominare. Strategie di codifica, ma anche più generalmente discorsive (perifrasi, evitamento delle declinazioni di genere nel caso delle lingue romanze) analizzate in una analisi semiotica di una poesia di Kavafis da Christopher Whyte qualche anno fa.

Per chi abbia perso il film ma voglia saperne di più su Anne Lister segnaliamo il documentario di lunedì 1 novembre The real Anne Lister.

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